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Relazione introduttiva del V.S.G. del Cgie Rodolfo Ricci Roma, 28 Marzo 2017 Camera dei Deputati – Sala del Mappamondo

Ho l’incarico di introdurre i lavori su una questione che, come sapete, da diversi anni il Cgie sta attentamente monitorando: la nuova emigrazione italiana.

In numerosi casi, nella precedente consilatura, questo tema è stato al centro dei nostri lavori. Nel 2013 un ordine del giorno votato all’unanimità richiamava le nostre istituzioni a porre particolare attenzione alla crescita di consistenti flussi in uscita dal nostro paese e alle urgenze che essa poneva sul versante dell’orientamento e della tutela.

Ripetutamente, sulla base del lavoro delle commissioni del Cgie “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove” e “Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria” e raccogliendo le sollecitazioni pervenute dalla diffusa rete associativa e di servizio presente all’estero, il Cgie ha richiamato ad una riflessione approfondita su questo tema, partendo dalla considerazione, oggi ampiamente condivisa, che non si tratti di una questione marginale o settoriale, ma di rilievo nazionale che ci interroga rispetto ad una nuova dimensione dei diritti e della tutela dei migranti e al fatto che essa costituisce una cartina di tornasole della condizione attuale e delle prospettive del nostro paese.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero è l’organismo di rappresentanza di una grande comunità di cittadini che lo scorso anno ha raggiunto la quota di 5 milioni di persone sparsi in tanti paesi di emigrazione. Si tratta di oltre l’8% della nostra popolazione. E’ dunque, per consistenza, se vogliamo, la quinta regione italiana, dopo Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia. Negli ultimi 10 anni, questa regione “extraterritoriale” è lievitata di oltre il 55%.

Stiamo parlando di statistiche ufficiali, dell’Aire e dell’Istat. Ed è noto che questi dati ufficiali prendono in considerazione essenzialmente le iscrizioni all’estero (con i nuovi nati o le acquisizioni di cittadinanza) e le cancellazioni di residenza verso l’estero.

Osservando i dati Istat sulle cancellazioni di residenza, la nuova emigrazione comincia a crescere a tassi rilevanti in corrispondenza dell’inizio della crisi economica del 2007-2008, per attestarsi, tra il 2011 e il 2015, su incrementi superiori al 22% all’anno.

Siamo cioè passati dalle 51mila cancellazioni nel 2007 alle 147mila del 2015.
In questi numeri sono comprese anche le cancellazioni di residenza di cittadini immigrati che lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro in altri paesi (e che sono mediamente intorno al 20% del totale di chi va all’estero) e anche questo è un dato molto significativo.

Per circa l’80% invece si tratta di italiani: per i quali, nello stesso arco di tempo 2007-2015, si è passati dalle 36mila cancellazioni del 2007, alle 102mila del 2015.
In questi numeri sono comprese anche le cancellazioni di residenza di cittadini immigrati che lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro in altri paesi (e che sono mediamente intorno al 20% del totale di chi va all’estero) e anche questo è un dato molto significativo.

Per circa l’80% invece si tratta di italiani: per i quali, nello stesso arco di tempo 2007-2015, si è passati dalle 36mila cancellazioni del 2007, alle 102mila del 2015.

Sulla base di molte sollecitazioni provenienti da nostri consiglieri e dal mondo dell’associazionismo e dei patronati, che ci fornivano una percezione molto più ampia del fenomeno, il Cgie è andato a verificare i dati di ingresso registrati da alcuni dei principali paesi meta dei nostri flussi.

Una comparazione che è sempre utile fare e che forse le nostre autorità statistiche dovrebbero porsi.

In particolare abbiamo ripreso i dati tedeschi ed inglesi (che sono strutturati secondo le nazionalità e paesi di arrivo), analogamente a quanto aveva fatto il FAIM nella sua assemblea fondativa dello scorso aprile.

Da questi dati emerge – in modo inequivocabile – che l’entità della nuova emigrazione italiana è decisamente più ampia di quanto registrato dalle cancellazioni di residenza dell’Istat:

Ingressi dall’Italia in Germania e in Inghilterra secondo l’Istat e i rispettivi istituti di statistica locali
ANNO
GERMANIA

GRAN BRETAGNA

Dati Istat
Dati dello
Differenza
Scostamento
Dati Istat
Dati
Differenza
Scostamento

Statistisches

dei dati in %

ONS

dei dati in %

Bundesamt

(National Insurance Number)

2011
6.880
30.152
23.272
438 %
5.378
26.000
20.622
484 %
2012
10.520
42.167
31.647
400 %
7.542
32.800
25.258
434 %
2013
11.731
57.523
45.792
490 %
12.933
42.000
29.067
324 %
2014
14.270
70.338
56.068
492 %
13.425
57.600
44.175
429 %
2015
17.299
74.105
56.806
428 %
17.502
62.084
44.582
355%
Totale
60.700
274.285
213.585
451 %
56.780
220.484
181.206
388 %

  • Fonti: Italia: Istat; Germania: Statistisches Bundesamt; Gran Bretagna: Office for National Statistics

Stando dunque ai dati di questi due principali paesi di arrivo dei nostri connazionali, la dimensione che abbiamo di fronte è mediamente tra le 4 e le 4,5 volte più alta di quanto ci dicono le statistiche nazionali.

Non abbiamo una serie analoga di dati per altri paesi, ma ciò che si può dedurre, comparando le serie storiche, è che analoghe proporzioni potrebbero registrarsi per paesi come la Svizzera, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e la Svezia, l’Austria, ma anche per un lontano paese come l’Australia, dove già nel biennio 2011-2012 si è superato il picco storico di inizio anni ’50, con circa 20mila arrivi dall’Italia.

Tenendoci al ribasso, l’ipotesi che proponiamo e che ci sembra realistica è che gli espatri effettivi e non di breve periodo si situino, almeno in Europa, in un range tra le 2 e le 2,5 volte il dato Istat.
Cioè tra i 200 o 250mila espatri all’anno, almeno negli ultimi due anni (2014-2015).

Se questa proiezione è fondata, dal 2007 al 2015 sarebbero emigrati non 545mila (come ci dicono i dati delle cancellazioni di residenza), ma tra 1 milione e 100mila (nell’ipotesi di un rapporto 2:1 rispetto ai dati Istat), fino ad1 milione e 360milacittadini italiani(nell’ipotesi di un rapporto 2,5:1 rispetto ai dati Istat).

Quanto alle ragioni dello scarto tra dati nazionali e dati esteri, è noto che l’iscrizione all’Aire o la cancellazione di residenza viene decisa da chi emigra dopo diversi anni di presenza all’estero, una volta che i rispettivi progetti emigratori si sono stabilizzati. Quindi la fotografia che ci rilasciano le statistiche nazionali non è quella attuale, ma quella di diversi anni fa. Un po’ come la luce delle stelle che ci arriva in ritardo, da molto lontano.

Se le dimensioni quantitative della nuova emigrazione sono quelle che proponiamo, ci troviamo di fronte ad una qualità del fenomeno non ancora pienamente compresa a livello politico ed istituzionale.

Un elemento altrettanto importe è la composizione della nuova emigrazione: secondo l’Istat, risulta che negli ultimi anni circa il 35% di chi è emigrato possedeva una laurea e circa il 30% un diploma si scuola secondaria; mentre poco più del 30% aveva soltanto una licenza media.

Quindi la nuova emigrazione non è affatto riassumibile nella narrazione dei cosiddetti cervelli in fuga o dei ricercatori di eccellenza, i quali certamente vi sono, ma sono una componente molto minoritaria; vi è invece anche una consistente componente che potremmo definire “proletaria” e vi è una preponderante quota a media-alta qualificazione che tuttavia, da quanto sappiamo, è costretta, anche all’estero, a svolgere spesso professioni o mansioni ben al di sotto della loro qualifica, seppure con maggiori garanzie e tutele contrattuali rispetto a quelle offerte dal nostro paese.

Non vi è qui il tempo per approfondire altri aspetti della tipologia molto differenziata dei nuovi flussi che tuttavia comincia ad emergere da diverse inchieste realizzate più recentemente e che il Cgie farà conoscere e diffonderà. I risultati della ricerca del Cepa che ascolteremo tra breve ce ne fornirà certamente di interessanti.

Ma un altro dato vale la pena sottolineare: “nel 2014 oltre la metà dei nuovi emigrati italiani

ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre”Quindi,ilcome20% è f peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, vuol dire che a spostarsi sono ormai anche intere famiglie.

(cfr.: Domenico Gabrielli: Le emigrazioni dei cittadini italiani negli anni 2000 e l’aumento dei laureati – IDOS 2016)

Vogliamo quindi di sottolineare quanto segue:

· La “regione extraterritoriale” costituita dalle comunità italiane nel mondo, forse non è la quinta in termini di popolazione, come abbiamo accennato all’inizio, ma più probabilmente seconda soltanto alla Lombardia, essendo più vicina ai 6 milioni che ai 5 milioni che ci rilasciano le attuali fonti nazionali.

· La nuova emigrazione italiana si produce in uno scenario di crisi globale, contrariamente a quella del secondo dopoguerra fino agli anni ’70 che avveniva nel cosiddetto boom economico; e si produce in uno scenario di generale contrazione demografica, in particolare nei paesi UE, contrariamente allo stesso periodo del boom, durante il quale i tassi di incremento demografico erano invece notevoli.

· Rispetto a ciò vi è da tener presente che alcuni paesi da diversi anni incentivano flussi di immigrazione qualificata: tra questi la Germania e la Gran Bretagna (almeno fino alla Brexit).

· Ben 2/3 dei flussi migratori all’interno del nostro continente non provengono da paesi extracomunitari, ma da paesi europei e si sviluppano in nettissima prevalenza lungo le stesse direttrici e cioè dai paesi periferici del sud e dell’est, verso i paesi centrali. La sensazione è che sia in corso una sorta di accaparramento di risorse umane, soprattutto qualificate, a vantaggio di alcuni paesi e a discapito di altri.

· Per quanto riguarda l’Italia i flussi di immigrazione intra ed extracomunitaria non sono sufficienti a compensare la perdita costituita dalla nuova emigrazione e dallo strutturale decremento demografico né sul piano quantitativo e ancora di meno su quello qualitativo.

· Dunque una riflessione ci sembra dovuta sul versante politico: se si accetta una competizione internazionale giocata sul costo del lavoro per attirare investimenti esteri, il rischio è, come si vede, che si produca l’uscita di consistenti stock di forza lavoro qualificata; in questo caso, l’esito è una perdita netta di capitale umano e degli importanti investimenti di cui esso è costituito oltre che delle annesse quote di Pil attuale e futuro. Bisognerebbe essere molto più accorti perché invece la competizione internazionale si gioca oggi, in misura crescente, proprio sulla disponibilità di medio-alte competenze come fattori fondamentali dello sviluppo.

· In questo senso, un’importante punto di discussione per il rilancio della coesione e della sostenibilità del progetto europeo dovrebbe essere quello di un riequilibrio dei flussi migratori interni che salvaguardi il principio della libera circolazione, ma non di una circolazione forzata ed unidirezionale.

(Se questi flussi dovessero continuare con la stessa intensità e nella stessa direzione di oggi per tutto il prossimo decennio, la perdita, valutabile anche in temini di Pil e di differenziali di produttività con altri paesi sarebbe enorme. E si concretizzerebbe anzitempo l’inquietante previsione del rapporto Svimez 2015, secondo la quale, solo nel meridione si assisterebbe, al 2050, ad una riduzione di popolazione di quasi 5 milioni di persone).

4

Se siamo di nuovo diventati paese di emigrazione, piuttosto che di immigrazione, varrebbe forse la pena tornare a riflettere su una seria programmazione e governance non solo degli ingressi, ma anche delle uscite.

· Infine: In uno scenario in cui, presumibilmente, la crisi continuerà a perdurare e a penalizzare i paesi cosiddetti periferici, l’Italia deve porre in essere misure di orientamento, di accompagnamento e di tutela dei propri giovani emigrati, anche cercando di definirne, nella misura in cui ciò è possibile, le mete, e a sviluppare azioni di orientamento al rientro per evitare che i progetti emigratori diventino definitivi. Accanto ad una governance dei flussi di immigrazione, è necessaria una governance dei flussi di emigrazione.

Assieme alla tutela dei diritti civili e sociali di questa parte consistente di cittadini italiani, peraltro garantita dalla nostra Costituzione, il Cgie ha sempre mirato a far emergere le grandi opportunità che possono derivare al paese da un rapporto intelligente con le nostre collettività emigrate ed immigrate.

In questo caso, pensiamo che sia indispensabile mantenere una relazione positiva e di attenzione con le persone che lasciano oggi il paese affinchè in un futuro prossimo possano tornare a costituire parte integrante del paese, della sua storia e del suo sviluppo.

Per far ciò sono necessarie basilari misure di orientamento, di accompagnamento e di assistenza sia alla partenza che all’arrivo che possono essere strutturate con la collaborazione dell’ampia rete di rappresentanza sociale e di servizio presente all’estero e in Italia.


Si tratta di servizi che possono variare dalla somministrazione del bilancio di competenze individuale, alla ricerca di lavoro o della casa, dalle norme contrattuali sul lavoro, sulla tutela e l’assistenza in vigore nel paese prescelto, a corsi di lingua locale, alle relazioni con le reti italiane presenti nel paese di arrivo, sia associative che imprenditoriali ed infine di un servizio di orientamento e di ricerca di lavoro nell’eventualità di un rientro in Italia.

In questo senso abbiamo recentemente proposto al Ministro Poletti l’instaurazione di una prassi non episodica di confronto e di discussione con il Cgie, ritenendo il Ministero del Lavoro uno degli attori istituzionali fondamentali per approcciare correttamente questa vicenda, una questione di natura “multifattoriale” e complessa come sappiamo, ma che al suo centro ha certamente la questione del lavoro.

Anche il Coordinamento delle Consulte regionali dell’emigrazione ci ha manifestato il pieno sostegno a procedere nella direzione indicata e dunque, auspicando l’attenzione fattiva degli organi parlamentari di Camera e Senato per gli Italiani nel mondo, delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, del Maeci e di altri Ministeri che sarà opportuno coinvolgere, pensiamo vi siano le condizioni per affrontare concretamente e celermente i bisogni e le opportunità illustrate.

A cura di Rodolfo Ricci
Roma, 28 Marzo 2017

Mediterraneo Una strategia per il Mediterraneo

Aiccre Fiera del Levante 12.09.2017

Una macroregione è un raggruppamento di entità subnazionali (enti locali e regionali), un territorio comprendente più paesi o regioni, con una o più caratteristiche o sfide comuni, che decidono di riunirsi per cooperare su questioni di interesse comune. Il Congresso è convinto che tale tipo di cooperazione possa dare valore aggiunto in termini di coesione sociale e territoriale e di stabilità democratica.

. I vantaggi potenziali sono molteplici. Le economie di scala consentono ai pubblici poteri di svolgere più efficacemente i loro compiti, di migliorare i servizi pubblici e di conseguenza anche la qualità della vita dei cittadini. Le macroregioni possono innalzare il livello dello sviluppo sociale ed economico, e in tal modo creano nuove opportunità in termini di occupazione e di cultura per i cittadini, e accrescono la creatività e la produttività, migliorando al contempo i rapporti di buon vicinato e la comprensione tra i popoli.
— Macroregione Mediterranea.
Ecco il nuovo continente degli affari (e non solo)
— Mediterraneo torna a essere crocevia del mondo
—
Macroregione del Sud

— Juncker: Accoglienza… EUROPA

MEDITERRANEO
— L’evoluzione delle strategie macroregionali dell’UE: pratiche attuali e prospettive future,
in particolare nel Mediterraneo.

Commissione per lo sviluppo regionale
27 giugno 2012

— Che rappresenta il 15% del PIL mondiale, in un bacino che può contare su 535 milioni di persone, il 7,1% della popolazione globale e che accrescerà ulteriormente il suo peso da qui al 2040 sia negli indicatori demografici sia – si insiste nella ricerca – nel valore degli affari, anche grazie a un potere d’acquisto crescente.
— Oxford Economics: «se l’area Mediterranea fosse un paese unico sarebbe oggi la seconda potenza mondiale, preceduta solo dagli Stati Uniti il cui Pil rappresenta il 22% dell’economia globale e che ha un valore stimato di oltre 19, 2 trillioni di dollari, e precederebbe seppur di poco anche un rivale come la Cina»

Obiettivi della macrostrategia per il Mediterraneo C.E.S.E.
conseguire uno sviluppo sostenibile, rafforzando al tempo stesso la competitività delle economie dei paesi situati in questa regione per far fronte all’attuale crisi economica mondiale, creare prospettive occupazionali e ridurre la disoccupazione;
—rafforzare le relazioni tra i paesi del Mediterraneo e trasformarli in canali di comunicazione tra l’UE, il Medio Oriente e l’Africa allo scopo di consolidare le condizioni propizie alla pace, al benessere e alla coesione regionale;
—elaborare una politica energetica ambiziosa che vada a beneficio sia dei paesi della regione che dell’UE – data la necessità per quest’ultima di assicurarsi fornitori di energia diversificati e di ridurre la sua dipendenza dalla Russia;
migliorare i collegamenti per un accesso rapido e senza ostacoli per merci, persone e servizi, con particolare attenzione per la circolazione in condizioni di sicurezza dei prodotti energetici;
— promuovere programmi che creino occupazione a vantaggio dei gruppi che richiedono particolare attenzione (donne, giovani, persone con esigenze specifiche, ecc.).
La macrostrategia per il Mediterraneo (suddivisa in due strategie subregionali, una per il Mediterraneo orientale e l’altra per quello occidentale) deve puntare a trasformare la regione in uno spazio veramente all’avanguardia in termini di scambi commerciali, turismo, civiltà, idee, innovazione, ricerca e istruzione, convertendola in una regione di pace ai fini dello sviluppo e della prosperità sociale.

Impregilo: intende giocare un ruolo chiave in questo processo di sviluppo, non solo attraverso la realizzazione di opere complesse in cui siamo specializzati,
ma anche attraverso la formazione delle nuove generazioni.

Significa costruire insieme il futuro della macroregione del Mediterraneo.
“Manca l’Europa e manca l’unione in questa Unione europea”.

Ammazzano per un pugno di dollari.
“finché ci sarà la guerra, nessun muro, nessuna barriera fermerà questa massa di rifugiati”.
Il momento più importante del secolo scorso è stato quando hanno abbattuto il muro… non dobbiamo ricordare questo secolo per aver ricostruito i muri e le barriere….
Dobbiamo fermare i traffici! E’ urgente ed indispensabile.
Possiamo dire NO! Dobbiamo ACCOGLIERLI ED ORGANIZZARCI!
Possiamo rifiutare chi fugge dalla guerra? Possiamo dire no ad un bimbo che piange, si dispera … … è solo?

Possiamo respingerlo, cacciarlo?

Non ha la Patria, la casa, una città … una famiglia! Ha perso tutto, … non ha nulla! Ha solo la speranza del futuro!
Possiamo dire no? Fargli perdere la voglia, la forza di sperare?
Dobbiamo accoglierli, questa Europa non è quella che vogliamo!

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ritiene che, nonostante la situazione particolarmente delicata e per il momento ancora confusa che regna nel Mediterraneo, esistano oggi i presupposti[1] per l’instaurarsi di un dialogo multilivello tra la Commissione europea, gli Stati membri, i paesi aderenti al partenariato euromediterraneo, gli enti regionali e locali, nonché la società civile organizzata, ai fini della creazione di una strategia per la macroregione del Mediterraneo (suddivisa in due unità), in grado di soddisfare le esigenze della regione rafforzandone la competitività a livello internazionale.

Il CESE riconosce che il bacino del Mediterraneo costituisce una regione particolarmente estesa, caratterizzata da situazioni diverse in termini economici, sociali, politici e culturali, e composta da paesi le cui strutture e infrastrutture sono anch’esse diverse (membri dell’UE, paesi terzi in via di adesione, paesi terzi aderenti al partenariato euromediterraneo); propone quindi di concepire due politiche subregionali (Mediterraneo orientale e occidentale) che cooperino in stretta interconnessione sia tra loro sia con la strategia subregionale per l’Adriatico e lo Ionio
Prospettive nel Mediterraneo

  1. suggerisce alla Commissione di coordinare un processo di riflessione e di concertazione per le strategie macroregionali future; ritiene che si tratti di individuare le zone prioritarie tenuto conto della mancanza di cooperazione o dell’esigenza di rafforzare la cooperazione esistente tra aree europee appartenenti a Stati membri diversi ma partecipi di uno stesso territorio; reputa che tale concertazione debba concludersi con l’elaborazione di una “mappa previsionale delle macroregioni europee”, frutto di un’ampia concertazione con le regioni e gli Stati membri interessati, che non avrà carattere vincolante e potrà evolvere in funzione delle dinamiche locali;
  2. è del parere che le strategie macroregionali necessitino di un migliore allineamento dei finanziamenti, di un uso più efficiente delle risorse esistenti e di un coordinamento degli strumenti; ritiene che – sebbene tali strategie non abbiano bisogno né di nuovi finanziamenti, né di nuovi strumenti istituzionali, né di una nuova regolamentazione – tuttavia l’accompagnamento delle medesime giustifichi un sostegno con fondi europei sotto forma di stanziamenti per l’assistenza tecnica e di stanziamenti per la fase preliminare di valutazione e raccolta dati e per l’eventuale start-up, e ritiene altresì che la strategia macroregionale debba favorire i progetti strutturali tenendo conto del quadro finanziario pluriennale 2014-2020;
  3. invita la Commissione e il Consiglio a tenere conto delle strategie macroregionali dell’UE all’atto della decisione su talune dotazioni di bilancio, quali i fondi strutturali e di coesione, la ricerca e lo sviluppo e, in particolare, la cooperazione regionale;
  4. chiede l’introduzione di un percorso obbligatorio per i programmi operativi mirato alle rispettive priorità delle strategie macroregionali al fine di garantire il miglior coordinamento possibile degli obiettivi e dei mezzi;
  5. sostiene l’attuazione di una strategia macroregionale per il bacino del Mediterraneo al fine di offrire un piano d’azione volto ad affrontare le sfide comuni e le problematiche cui sono confrontati i p paesi e le regioni mediterranee e al fine di strutturare questo spazio essenziale per lo sviluppo e l’integrazione dell’Europa, e chiede al Consiglio e alla Commissione di agire rapidamente in tal senso;
    Macroregioni:raccomandazione 331. 23a SESSIONE Strasburgo,18.10.012

Il Comitato economico e sociale europeo C.E.S.E. parere, stralcio

Obiettivi della macrostrategia per il Mediterraneo: rafforzare le relazioni tra i paesi del Mediterraneo e trasformarli in canali di comunicazione tra l’UE, il Medio Oriente e l’Africa allo scopo di consolidare le condizioni propizie alla pace, al benessere e alla coesione regionale;
La macrostrategia per il Mediterraneo (suddivisa in due strategie subregionali, una per il Mediterraneo orientale e l’altra per quello occidentale) deve puntare a trasformare la regione in uno spazio veramente all’avanguardia in termini di scambi commerciali, turismo, civiltà, idee, innovazione, ricerca e istruzione, convertendola in una regione di pace ai fini dello sviluppo e della prosperità sociale.

Lesfide che deve affrontare il Mediterraneo
Uno stralcio da un documento del CESE
Va segnalato che, dato il numero di programmi e di iniziative già concepiti a favore sia del Mediterraneo allargato (partenariato euromediterraneo, anche noto come processo di Barcellona) sia di regioni più specifiche come lo Ionio e l’Adriatico (cooperazione territoriale nel Mediterraneo tramite la macroregione dell’Adriatico e dello Ionio), la nuova macrostrategia dovrà abbracciare tutti i paesi del Mediterraneo, vale a dire gli Stati membri dell’UE (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia, Cipro, Slovenia, Malta) e i paesi terzi (Croazia, Montenegro, Albania, Turchia, Libano, Siria, Palestina, Giordania, Israele, Egitto, Libia, Algeria, Tunisia e Marocco).

Prima, però, di descrivere il quadro di obiettivi e di politiche, occorre individuare le sfide che la regione deve affrontare.
In primo luogo il Mediterraneo, soprattutto quello orientale, presenta una grande importanza storica e accoglie sulle sue sponde alcuni Stati membri dell’UE, ma anche paesi terzi che presentano stadi diversi di sviluppo. A motivo di questa coabitazione, dell’attività economica e dell’intenso traffico di merci, persone e imbarcazioni che ospita da secoli, la regione del Mediterraneo è caratterizzata da flussi significativi dal punto di vista commerciale, ma anche umano, mentre le relazioni economiche tra i paesi della regione restano particolarmente limitate (per fare un esempio, mancano collegamenti aerei e marittimi diretti tra i paesi del Mediterraneo orientale). Non è privo di fondamento pensare che la cooperazione euromediterranea si limiti purtroppo alle relazioni tra i paesi del Mediterraneo meridionale e l’UE o a relazioni bilaterali tra tali paesi e determinati Stati membri.
La macrostrategia per il Mediterraneo (suddivisa in due strategie subregionali) deve inserirsi nel quadro della strategia Europa 2020, dei programmi esistenti e dei meccanismi di agevolazione finanziaria dell’UE[2], e ricorrere a iniziative europee come il programma Interact per la fornitura di assistenza tecnica e formazione[3]. Andrà però creata una nuova struttura per gestire e agevolare il funzionamento delle istituzioni. La strategia macroregionale dovrà far nascere nuovi approcci che costituiscano un vantaggio per i paesi coinvolti, con la prospettiva di misure pratiche e di politiche da poter applicare con successo.
La strategia per il Mediterraneo (orientale e occidentale) dovrà essere tracciata con l’ausilio di tutti gli strumenti esistenti e tener conto degli aspetti dell’approccio mediterraneo che riguardano le relazioni esterne. Dovrà essere incentrata su un coordinamento più efficace tra le azioni e le politiche della Commissione europea, da un lato, e degli Stati membri, delle regioni, degli enti locali e di altri organismi interessati, dall’altro, se si vuole che dia buoni risultati.

Dal momento che le macroregioni non presentano confini ben definiti, le questioni che esse sceglieranno di promuovere dovranno privilegiare le sfide riconosciute di comune accordo e i punti comuni che ne consentono la risoluzione, ed essere collegate anche con altre strategie macroregionali individuate dall’UE, mettendo in opera una combinazione ben definita di politiche e di azioni selezionate dai paesi partecipanti.

Misure necessarie per realizzare la nuova strategia

Nel contesto definito in precedenza, l’approccio della strategia macroregionale per il Mediterraneo dovrebbe comprendere più in particolare le misure che seguono.
Va creato un meccanismo appropriato di coordinamento-gestione per la realizzazione della strategia macroregionale che sia in grado di coordinare il gran numero di organismi europei e di enti locali coinvolti. Si propone di conseguenza di:affidare alla Commissione (e più precisamente alla DG REGIO, in collaborazione con il Servizio europeo per l’azione esterna) il coordinamento delle azioni della strategia macroregionale perché questa costituisca una politica ufficiale dell’UE;

creare due macrostrategie subregionali per il Mar Mediterraneo, una per il Mediterraneo orientale e l’altra per quello occidentale, a causa delle loro caratteristiche peculiari sul piano economico, sociale, geografico e culturale. Assieme alla strategia per l’Adriatico e lo Ionio, le due strategie subregionali copriranno l’intero bacino del Mediterraneo.

Si propone inoltre di prendere come modello di lavoro le strutture utilizzate nella strategia per l’Atlantico (DG MARE), vale a dire:

— Dobbiamo trovare le soluzioni:
la realizzazione delle macroregioni del Mediterraneo certamente può essere utile per affrontare meglio l’Esodo.
— E’ una strategia che segnerà la svolta ed è una sfida,
una grande opportunità di sviluppo, uno modo di operare e programmare, scegliere le priorità e preparare progetti.
E’ d’ importanza strategica perché sposterà il baricentro europeo verso il Sud… agire domani sarebbe già tardi!
Moro:”Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo perché l’Europa intera è nel Mediterraneo”

Relazione del Parlamento europeo del 27 giugno 2012 sulla Evoluzione delle strategie macroregionali dell’UE: pratiche attuali e prospettive future, in particolare nel Mediterraneo, commissione per lo Sviluppo regionale, relatore: François Alfonsi (A7-0219/2012).
Risoluzione del Parlamento europeo del 3 luglio 2012 sulla Evoluzione delle strategie macroregionali dell’UE: pratiche attuali e prospettive future, in particolare nel Mediterraneo (2011/2179(INI)).
Regolamento (CE) n. 1638/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 2006, recante disposizioni generali che istituiscono uno strumento europeo di vicinato e partenariato, GU L 310 del 9.11.2006, pag. 1.
http://www.interact-eu.net/about_us/about_interact/22/2911; http://www.interact-eu.net/ipvalencia/ipvalencia/117/619 (riguarda in modo specifico l’Antenna per il Mediterraneo di Valencia, Spagna).

Perchè L’Europa è continuamente oggetto di critiche?

Siamo presenti davanti all’unificazione del Occidente sotto la guida della grande potenza mondiale. Dopo l’11 settembre 2001, nell’Occidente non ce molto spazio alle diverse opinioni e alternative. Viviamo in un ordine globale, dove regge il diritto del più forte. Migliorerà, resterà cosi o la situazione peggiorerà dopo la vittoria di Donald Trump? Come l’UE affronterà a queste sfide globali? Cosa succederà dopo la Brexit e le elezioni presidenziali in Francia e Germania? Chi sarà il garante della pace, della democrazia, delle società multiculturali, dei diritti dell’uomo, della creazione dei ponti tra la gente e popoli, se l’Europa non saprà affrontare i populismi, il terrorismo, l’immigrazione incontrollata, la sicurezza dei cittadini e posizionarsi in modo adeguato al livello internazionale? Come salvaguardare e sviluppare le capacità di accogliere e integrare culture diverse in uno scenario globale dove la guerra non rappresenta più soltanto un’ espressione della politica, ma diventa un fattore fondamentale per creare nuove politiche. Il Nuovo ordine mondiale non ha più il bisogno di giustificare i propri comportamenti, perchè come dice, sta dalla parte del ‘Bene assoluto’. In questo contesto globale, si diffonde sempre di più una frammentazione delle nostre società, aumentano i conflitti tra la gente, gruppi etnici, stati e religioni; milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case. Come conseguenza di tutto questo abbiamo il caos, la crescita dell’ odio e populismo, l’aumento dei terroristi, costruzioni di nuove barriere tra la gente, popoli e religioni. Nel frattempo in Europa, nessuno ha il coraggio di prendere la propria parte di responsabilità per la demolizione degli stati sovrani. L’opinione pubblica in Europa e’ impaurita, e quindi pronta ad accetare ogni tipo di attività preventiva.Il processo di disintegrazione sta prendendo una velocita’ che fa paura. Ma questo declino è reversibile?

Per capire meglio cosa stà succededo oggi con la crisi migratoria nell’UE, con i populismi e le manovre militari , e’ importante capire quello che stanno parlando e facendo i poteri forti. Tra l’altro bisogna ascoltare p.e. le parole del ex segretario di Stato degli Stati Uniti la sig.ra Hillary Clinton, quando rilasciò un’intervista a Jeffrey Goldberg ( The Atlantic ). «È stato un fallimento“, disse la Hillary, „Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, secolaristi ed altri. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi“. La Hillary confessa; „quello che oggi viene ritenuto il ‘male assoluto’, è in realtà una nostra creatura. Joe Biden-l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, quando ottiene una relazione all’Università di Harvard davanti un pubblico molto qualificato, tra l’altro disse: “Il problema principale dei nostri alleati; la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno investito milioni di $ e migliaia di tonnellate alle armi distribuite a tutti coloro che desiderano rovesciare Bashar al-Assad. Una quantità enorme di armi e denaro che è andato nelle mani di estremisti”. Nel 2007 il generale americano Wesley Clark (ex comandante delle forze NATO) in un’intervista televisiva, tra l’altro disse:” Di nuovo ho visitato il mio collega generale presso il Ministero della Difesa nel 2001. Ho fatto la domanda; “Abbiamo davvero intenzione di andare in Iraq”? Lui rispose; “E’ molto peggio, vedi questo documento che ho ricevuto dal nostro Ministero; nei prossimi anni dobbiamo sistemare le cose in Iraq, Libano, Libia, Siria, Sudan, Somalia ed infine – in Iran. Quindi, alcune decisioni chiave che ora hanno un collegamento diretto con la crisi migratoria in Europa, il terrorismo e l’avanzamento dei partiti nazionalisti e populisti nell’Unione, sono state approvate molti anni fà. Anche il senatore americano Rand Paul confessa;“I falchi nel nostro partito hanno fornito indiscriminatamente armi agli estremisti. Sono stati loro a creare questa gente”. Senza prendere in cosiderazione questi fatti, non è possibile raggiungere ad un consenso politico nell’UE verso la politica migratoria, la sicurezza europea e come affrontare il terrorismo e populismo.Dott. Rayed Krimly – ambasciatore della A. Saudita, ha definito il terrorismo come “un prodotto di moderne ideologie politiche e gruppi che mirano al potere“.

Tempo fa, la Francia rappresentava un paese che ha ottenuto molto successo nell’integrazione degli stranieri; Italiani, Spagnoli, Portoghesi, Polacchi, delle ex colonie francesi ed altri, anche nel periodo dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo oggi, il processo di integrazione nella società multiculturale francese (e non solo quella francese), non funziona come prima. La Francia è oggi nota per una crescente lacerazione interna della società. Perchè questo sta succedendo anche alla terza generazione dei cittadini francesi, nati in Francia, parlano il francese…, però non si sentono appartenenti alla cultura occidentale?
Una ricerca sociologica del 1996 (dr. D. Sekulić), identificò cinque componenti rilevanti della società croata: l’atteggiamento conservativo, il liberalismo economico, il nazionalismo, l’autoritarismo e l’antiliberalismo. Dalle ricerche successive, risulta che nel periodo di transizione, emerge un’ incidenza significativa dell’elemento autoritario, che va a braccetto con il nazionalismo. Se osserviamo i cambiamenti negli orientamenti valoriali avvenuti nel corso degli anni, come afferma il professore D. Sekulić con i suoi collaboratori nel suo lavoro “Quadro sociale e sistema dei valori” nel 2012, possiamo notare alcune conclusioni interessanti. Per quanto riguarda i risultati antecendenti il 2004, è dato concludere che nel rapporto tra autoritarismo e liberalismo ci sia un gap. Lo stesso non vale per i risultati ottenuti dopo il 2010, quando il liberalismo e l’autoritarismo entrano entrambi a pieno titolo nella “famiglia del tradizionalismo”. Si pone la domanda; ma questo fatto che cosa comporta alla quotidianità della società e della politica ? Nel frattempo è aumetata l’esclusivita’ nazionale. Dopo la frantumazione del sistema socialista, in Croazia succedono cambiameni radicali. In un primo momento questi cambiamenti avvenirono in nome della modernizzazione e della riscoperta dei valori tradizionali, ma con il passare del tempo é prevalsa quest’ultima in tutti suoi aspetti inerenti all’identità politica. L’esperienza maturata con il liberalismo nella forma praticata da chi governò il Paese dal 1991 fino al 2010, con una breve interruzione nel mandato del governo di coalizione di centrosinistra (2000 – 2003), stando ai risultati della ricerca, avrebbe portato a una costante erosione dei valori della modernità durante lo svolgimento dei processi di privatizzazione. Parallelamente alla reduzione del sostegno ai valori liberal-democratici e socialdemocratici, si verificò un aumento della fiducia verso l’autoritarismo. A conclusioni simili è giunto anche il prof. Josip Županov nelle sue ricerche. Županov tra l’altro scrisse:” L’antiprofessionalita’ gioca un ruolo molto importante nella societa’ croata”. Quindi la societa’ croata oggi non è politicamente determinata dall’esistenza di due poli contraposti. In base ai risultati di una ricerca sociologica nel 2014 (D. Sekulić), la “sinistra” e la “destra” ragionanno più o meno allo stesso modo quando si tratta delle questioni sociali e economici. Le opinioni si distinguono per quanto riguarda il nazionalismo e alcune (non tanto significative) diferenze verso la religione. Una ricerca condotta alcuni mesi fà su un campione di 602 adulti cittadini croati, risulta così: Solo per un minor numero dei cittadini l’ immigrati non rappresentano una minaccia (19%). Rappresentano una minaccia – non molto grave, pensa il 29% degli intervistati. Rappresenta una minaccia maggiore, così pensa il 20%. E’una minaccia enorme”, pensa il 23% dei cittadini intervistati. Senza opinione – 9%.

Nel 2015, L’Assemblea della Regione Istriana, approva la „Dichiarazione sul diritto alla liberta’ di circolazione delle persone e delle merci, contro le barriere di filo spinato“. Con questo documento, la Regione Istriana condanna la decisione del Governo della Repubblica di Slovenia e la collocazione del filo spinato sul confine fra la Croazia e la Slovenia, in particolare in Istria. Nel documento tra l’altro si dice: „I cittadini dell’Istria, come pure quelli delle altre zone di confine non approvano la collocazione di barriere di filo spinato, perché quest’atto mette in pericolo la loro sicurezza e i diritti umani fondamentali. Il filo spinato non appartiene all’Europa unita, non è caratteristico dell’area europea, degli usi e delle culture europee. La tutela del confine fra la Repubblica di Croazia e la Repubblica di Slovenia è un problema comune, indipendentemente dal fatto che ogni stato abbia l’obbligo di tutelare i suoi confini“.

Dopo gli attacchi terroristici di Madrid (2003), Londra (2005) , Parigi (2014, 2016), Nizza (2016), Berlino (2016)…in Europa si parla sempre più di una crisi profonda delle società multiculturali. Alcuni sono convinti che la magior parte dei problemi provengono dalle c. d. “società parallele”, cioè da quella gente che non riesce (o non vuole?) integrarsi nelle società occidentali. In questo modo si cerca di nascondere una parte di responsabilità della politica negli interventi militari? Sappiamo benissimo che i valori umani non sono conessi all’appartenenza etnica o religiosa. E poi non basta solamente proclamare la laicità dello stato; bisogna aver corraggio di protegerlo con determinazione. La laicità non significa l’abolizione delle tradizioni nazionali e dei valori umani; la solidarieta’ verso i poveri, la lotta contro la discriminazione delle donne, la compassione…, bensìoffre la possibilità di un libero sviluppo e libertà per tutte le religioni e tradizioni, per poter costruire legami veri di amicizia tra la gente e popoli. La laicità rappresenta un baluardo contro i fondamentalismi, il terrorismo ed i regimi totalitari. Uno degli strumenti per prevenire nuove divisioni e conflitti nelle società multiculturali europee, è l’educazione interculturale. Abbiamo bisogno di una formazione di qualità in materia d’ istruzione e di democrazia, dov’è fondamentale rispettare e affermare l’identità culturale dell’altro, per ridurre i pregiudizi nei loro confronti. Ė un fattore importante per costruire i ponti tra la gente e popoli. La base fondamentale è lo sviluppo del pensiero critico. Però si pone la domanda: non e’ forse tropo tardi per la realizzazione di questi obiettivi? I populisti e terroristi stanno avanzando perchè la gente crede sempre meno ai politici, alle istituzioni e partiti tradizionali.Per esempio, dieci anni fà la Germania e la Spagna avevano un livello di disoccupazione analogo. Oggi il tasso di disoccupazione in Spagna è cinque volte superiore a quello tedesco. Nessuno sa davvero come colmare la distanza tra il centro dell’Europa, ricco e potente, e le sue periferie impoverite. Perchè succedono queste cose nell’UE? La risposta e semplice. Oggi alcune decisioni fondamentali vengono prese dalla Bce, dal Fondo monetario internazionale e dalle multinazionali, con un contributo simbolico da parte del Consiglio europeo ed il Parlamento europeo, in cui siedono i rappresentanti democraticamente eletti. Per i populisti lo Stato nazionale è responsabile alla sicurezza interna e alla protezione dalle minacce esterne. Credono che l’unica soluzione è rafforzare le frontiere nazionali e isolarsi da un mondo che, come dicono, a causa della globalizzazione, appare sempre più minaccioso. I populisti giocano con la paura dello straniero e dello sconosciuto. Non stanno in u rapporto normale con la società moderna, dove si moltiplicano le appartenenze etniche e religiose. Cosa sucederà se i partiti nazionalisti cominceranno a vincere alle elezioni presidenziali e parlamentari nell’UE? Cosa restera’ dell’ UE ideata e creata dai democristiani (centro destra) e socialisti (centro sinistra) ? Quali sono i nuovi possibili scenari?Può l’Europa riprendere il cammino dell’integrazione sotto l’egida dell’ EU? Se l’Europa potrebbe fallire, in quel caso non ci sarebbe più nessuna UE. Martin Schultz (SPD), ex presidente del Parlamento europeo, nel suo libro „ Il Gigante incatenato-ultima opportunita per l’Europa“, tra l’altro scrisse;“ Se l’Europa naufraga, è perché ha commesso degli errori. Sono molte le cause che potrebbero determinare la sua fine: le sedicenti élite europee che hanno deposto le armi; gli speculatori che hanno ceduto all’avidità; le banche e le grandi imprese che non pensano più a una crescita sostenibile e di lungo periodo ma a esorbitanti guadagni immediati; i politici che mirano solo alla prossima tornata elettorale e non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni. Ma l’Europa potrebbe anche fallire perché coloro che in teoria dovrebbero essere i suoi portavoce più preparati parlano dell’UE in termini fuorvianti e menzogneri. L’Europa è continuamente oggetto di critiche, non da ultimo perché molti dei miei colleghi sono veri professionisti di uno sport che chiamo „blame game“, ovvero ‘gioco della colpa’.
Drago Kraljević– sociologo di Buie ( Croazia)
(Ex Ambasciatore della Repubblica di Croazia in Italia)
Buie, settembre 2017

L’Europa che vogliamo

CONVEGNO AICCRE PUGLIA- BARI, FIERA DEL LEVANTE, “ EUROPA: LE NUOVE SFIDE” INTERVENTO DEL M° DOTT.SSA MARA MONOPOLI VICEPRESIDENTE PD PUGLIA


Segno e simbolica coincidenza, oggi che discutiamo delle nuove sfide per l’ Europa, il quotidiano “ la Repubblica” , nel suo inserto culturale “ Robinson”, celebra i 40 anni dalla scomparsa della grande Maria Callas ( New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977).
Al di là dei ruoli politici e di rappresentanza da me ricoperti nel tempo, la mia vita d’arte e d’amore è da sempre dedicata al Melodramma, radice culturale profonda d’Europa che affonda le sue origini nell’amata Grecia e deve alla grande Artista greca Maria Callas, la sua rinascita.
Ascoltare la voce di Maria Callas, è stato sempre ed è per me, ogni volta, evocare qualcosa di infinito, in grado di liberare le emozioni dell’ anima e, dunque , la Vita stessa, nonché di illuminare di senso vibrante e di una luce rivelatrice e meravigliosa, arie liriche e teatri d’opera che costellano la nostra Europa!
Ma da dove ripartire perché oggi rinasca a nuova vita l’Europa?

Ancora una volta è una forte sequenza cinematografica della Medea pasoliniana – Maria Callas – a darmi un segno.

Medea-Callas si aggira disperatamente mentre osserva che tutte le cose che avevano avuto per lei un significato grande, profondo, vitale, non rispondono più al suo sguardo, sono cose senza più senso, che più non riconosce,in un vuoto che le appare incolmabile.
Quasi in uno stato di trance e di angoscioso smarrimento,invoca:
“….Ah, parlami terra …..fammi sentire la tua voce ! …… Non ricordo più la tua voce!…. Parlami, sole!….dov’è il punto in cui posso ascoltare la vostra voce? Parlami, terra! Parlami, sole!… Forse vi state perdendo per non tornare più?…. Non sento più quello che dite! ….Dove sei terra? Dove ti ritrovo? Dov’è il legame che ti legava al sole? Tocco la terra con i piedi e non la riconosco, guardo il sole con gli occhi e non lo riconosco….. “
Ed ammonisce:
“ ….Questo luogo sprofonderà perché è senza sostegno! …. Voi non cercate il centro!Non segnate il centro!….No! Cercate un albero ….un palo ……..una pietra!”

Anche Noi Europei, ci siamo smarriti?
Anche Noi non cerchiamo e segniamo il centro?
Anche Noi abbiamo perso il contatto con la nostra essenza?
Anche Noi stiamo affrontando una crisi epocale senza porci domande fondamentali, appunto, di senso?

E qual è la nostra essenza, la nostra condizione originaria, per citare Albert Camus , se non la nostra mediterraneità?

Qual è il nostro centro se non l’Umanesimo Mediterraneo la cui culla è, appunto, la Grecia? Culla dell’Arte di Maria Callas e di coloro che hanno capito, che hanno posto al centro l’Uomo, la Persona Umana, la conoscenza di se stessi e l’idea di Amore non come possesso di cose già pronte per essere usate e consumate, ma come partecipazione alla generazione della bellezza e al suo divenire, come nel “Simposio” di Platone, la profetessa Diotìma di Mantinèa rivelò a Socrate.

Partecipiamo al generare e al divenire di nuove cose in Europa, mettiamoci, dunque, all’ “Opera”!

Ma prima, qual è la domanda fondamentale e di senso che stiamo eludendo?

Ha a che fare certamente con quella Lettera sulla felicità giusta (Lettera a Menèceo), ovvero sull’intelligenza delle cose, che un filosofo greco nostro amico,Epicuro, da secoli ci raccomanda di meditare, purtroppo inascoltato.
La radice indoeuropea della parola felìcitas è fe e indica,appunto, tutto ciò che è fecondo!
Si è celebrata la Felicità e la si è codificata nelle Dichiarazioni dei Diritti (America 1776 – Europa 1789), si definisce un nuovo PIL della felicità, la si canta ancora negli Inni ( Inno Europeo alla Gioia!) con l’amore e la fratellanza, per non praticare, però, affatto, né solidarietà, né tanto meno fratellanza, quando un Paese e un Popolo, come è pure accaduto con il popolo greco o come accade con l’ Italia nella drammatica gestione del fenomeno dei migranti, soffrono o sono in grande difficoltà.

La tecnica, la scienza e certamente i mercati finanziari senza volto con i loro diktat, non hanno rassicurato per nulla l’Uomo sul suo presente e sul suo futuro, anzi, non vi è mai stata tanta incertezza, confusione, ingiustizia, tanta violenza verso Noi stessi ed il Creato. Forse,non vi è mai stata tanta infelicità!

Pochi hanno il coraggio intellettuale della verità; la politica nel suo dispiegarsi non ne è, come dovrebbe essere, l’espressione.

Non è questa la civiltà sognata dagli uomini che vollero riconoscere il diritto universale di tutti gli esseri umani ad una Felicità giusta nella Dichiarazione di Indipendenza Americana nel 1776, codificandolo nella nostra Europa con la Rivoluzione Francese e la Dichiarazione dei Diritti del 1789.
“Non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione?” (Pier Paolo Pasolini)
Ciò è ancora più vero all’alba del XXI secolo, di fronte all’esplodere di nuove povertà, alla incombente scarsità di risorse, alle aggressioni continue alla Natura, ad egoismi, paure, diffidenze e razzismi laceranti, di disastrosi separatismi, folli e minacciate guerre mondiali.
Quale Felicità è possibile se non vi è giustizia nella distribuzione delle ricchezze e nell’uguale accesso all’ educazione di alta qualità?
Quale possibile libertà vi è di realizzare se stessi, le proprie autentiche vocazioni personali e persino territoriali?
Quale possibile fratellanza e solidarietà possono sviluppare i popoli se non si ristabilisce la centralità di tutto ciò, se non si riporta LA PERSONA AL CENTRO DI OGNI PROGETTO POLITICO, se non si riparte da un NUOVO UMANESIMO NEL CUORE DEL PROGETTO POLITICO EUROPEO ?
Questa dimensione simbolica, utopica ma più che mai invocata oggi nella sua traduzione concreta e quotidiana dagli uomini, dalle donne e soprattutto dai giovani del nostro tempo – invocazione di pace, di giustizia sociale, di cooperazione, di bene comune, di solidarietà, di bellezza – natura e cultura – di bontà e di speranza – non può più essere ricacciata nella sola esecuzione, peraltro rara e trascurata, dei nostri Inni Nazionale ed Europeo.
“Fratelli d’Italia! …..Raccolgaci un’unica bandiera, una speme… Uniamoci, Amiamoci, l’Unione e l’Amore rivelano ai popoli le vie del Signore!” , scriveva Novaro nell’Inno di Mameli.
E Schiller, nell’Inno alla Gioia di Beethoven, Inno d’Europa:
“Gioia, bella scintilla divina….tutti gli uomini diventano fratelli dove la tua ala soave freme…. Gioia bevano tutti i viventi dai seni della Natura…….Abbracciatevi, moltitudini! “
Gli Inni ci ricordano che “l’altro” è nostro fratello; la Natura è a noi Madre.
Il terribile torto e tradimento che potremmo farea uomini di immensa statura morale e politica come Altiero Spinelli, al cui “ Premio celebrativo: Parliamo d’ Europa, l’ AICCRE partecipa” , indomito e lucido visionario che concepì il “Manifesto per un’Europa libera ed unita” , addirittura in tempi in cui gli europei stavano combattendo una guerra fratricida e sanguinosa ed in cui la luce di nuovi giorni di pace certamente appariva molto lontana, è di comunicare ai Popoli Europei del nostro tempo, l’IMMAGINE DI UN’EUROPA NON PIÙ PATRIA NÉ CASA COMUNE DI NOI TUTTI MA, PIUTTOSTO, DI UN’EUROPA MATRIGNA ALGIDA ED INSENSIBILE.
Dovrebbe invece soccorrerci, anche in questo caso, la suggestione della bellissima descrizione metastasiana della Patria-Madre (“Attilio Regolo” 1740- Roma, Teatro Alibert, 1799 – Repubblica Romana).
Così i versi di Metastasio:
“La Patria è un tutto di cui siam parti. l cittadino è fallo considerar se stesso separato da Lei….. Ella il produsse, l’educò, lo nutrì; con le sue leggi dagl’insulti domestici il difende, dagli esterni con l’armi; Ella gli presta nome, grado ed onor: ne premia il merto;….
E’ Madre amante, a fabbricar s’affanna la sua felicità, per quanto lice al destin de’ mortali esser felice”.
L’immagine simbolica di un’EUROPA, PATRIA-MADRE e non Matrigna distante, che si prende cura dei suoi cittadini, attenta alle loro autentiche esigenze, alle loro vere domande, è potente e certamente guarda all’avvenire di un mondo irreversibilmente globale che sta pagando e sempre più pagherà in termini umani ed ambientali dei prezzi altissimi per uno sviluppo quantitativo disordinato, irrazionale e non sostenibile.

La partita del Futuro perciò si giocherà tra “luoghi-sistema affettivi” attraenti e ricchi di intensa Umanità, narrazioni, godibilità della Natura e del Patrimonio di Arte e Cultura, mobilità, accoglienza, vivacità, idee, ricerca, tradizioni,originalità e capacità di innovazione nella produzione.
La scommessa che gioca l’Europa sul piano globale, riguarda cosa il “vecchio continente” può dire ancora di universale alla contemporaneità, non imitando modelli e ricette altrui, bensì, esprimendo la propria cultura plurale, la propria creatività, i propri valori.
Uno dei traguardi ambiziosi della stessa STRATEGIA EUROPE 2020 è infatti quello di fare dell’Unione Europea una vera società leader in ambito globale attraverso un piano per la crescita su base culturale, ambientale e creativa .
L’Unione Europea non uscirà dalla crisi né tantomeno renderà attraente il volto del nostro Continente soltanto sorvegliando, punendo, tagliando! Occorrono sempre più investimenti finalizzati alla crescita, all’occupazione ed alla coesione sociale e culturale dei cittadini europei, sulla base di nuovi valori etici attenti al Bene Comune Europeo ed ai Beni Comuni (materiali, immateriali, naturali) in un’ottica di gestione partecipata, democratica e collettiva.
L’EUROPA, soprattutto con la sua ANIMA MEDITERRANEA E MATERNA, potrebbe rappresentare per l’Umanità, in questa sfida rigenerante di qualità multidimensionale, uno straordinario luogo-sistema affettivo, attraente e creativo per eccellenza!
Intanto, è necessario, prima di tutto, non perdere la consapevolezza di essere EUROPEI-MEDITERRANEI, un’UNICA COMUNITÀ EURO-MEDITERRANEA DI DESTINO e che da solo nessuno può farcela.
Stiamo, però, ancora eludendo il cuore della questione.
Lo ha messo bene in evidenza, sempre su “ la Repubblica” del 25 giugno 2017, Eugenio Scalfari :
“ …affinché il popolo si componga di cittadini occorre che vi sia uno Stato democratico, gestore del governo e depositario degli interessi generali. Esiste uno Stato europeo di questo tipo? No, non esiste.C’è una confederazione composta dai 27 Stati e da un parlamento composto da delegati eletti in ciascuna delle 27 nazioni in proporzione alla loro popolazione, all’estensione del loro territorio e alla misura del reddito nazionale. Infine esiste la Commissione europea i cui membri sono indicati dai 27 Paesi con l’approvazione del parlamento.

Questo è tutto.
I cittadini? Eleggono la loro quota di parlamentari europei, possono circolare liberamente in tutti i Paesi dell’Unione esibendo un documento d’identità. In questo modo sono effettivamente cittadini europei? Direi assolutamente no. Per essere cittadini ci vuole l’esistenza di uno Stato. Ai tempi nostri e in Occidente, quello Stato dev’essere democratico, cioè i suoi dirigenti devono essere eletti dai cittadini o dal Parlamento eletto dai cittadini medesimi. Ma uno Stato europeo è ben lungi dall’esistere. Questo è anzi il punto centrale e su di esso credo debba misurarsi…
Come diceva Spinelli e come dissero molto prima Mazzini e Garibaldi: o si fa l’Europa o si muore! Il resto sono giochi da bambini…“

Il Sogno degli STATI UNITI D’ EUROPA, che ha le sue radici nell’alta ispirazione dei Padri Fondatori e nel Manifesto di Ventotene, declinato nei suoi principali passaggi:
a)nascita d’un governo unitario europeo con un bilancio comune;
b)un debito pubblico sovrano comune;
c) una politica economica, estera e di difesa comuni;
d) un sistema bancario ed una Banca centrale con i poteri di tutte le Banche centrali dei Paesi Sovrani;
e) l’elezione del Presidente dell’Europa con il voto diretto dell’intero Popolo Europeo;
f) statuto dei partiti politici a livello europeo;
può aiutarci pure ad uscire dalle possibili trappole di un dibattito locale spesso schiacciato su se stesso, incapace di cogliere il rapporto tra le problematiche dei territori ed il valore della costruzione di nuove forme di cooperazione in termini progettuali e gestionali attraverso l’utilizzo efficace delle risorse europee messe a disposizione, spesso male o per niente utilizzate, per risolvere problemi e raggiungere obiettivi comuni in termini di macroaree regionali, come la nuova Macroregione Adriatico Ionica, architrave del Mediterraneo, di cui la Puglia è significativa parte.
L’ EUROPA CHE VOGLIAMOnon è matrigna algida ed insensibile alle domande ed ai bisogni dei Popoli Europei , soprattutto di coloro che sono più esposti ai contraccolpi di una crisi epocale, né l’Europa ostaggio dei diktat implacabili di mercati finanziari senza volto, che provocano reazioni dalle conseguenze disastrose come quella di chi propone l’uscita dall’Euro, poiché del tutto incompatibile con i valori di una Europa Madre-Patria che oggi più che mai ha come assoluta priorità quella di mettere i suoi “Cittadini” nel cuore del progetto politico europeo attraverso i seguenti principali obiettivi:
1) creare occupazione e salario minimo nei Paesi in cui non è ancora riconosciuto;
2) far ripartire l’economia;
3) porre il settore finanziario al servizio del cittadino e dell’economia reale;
4) non lasciare nessun cittadino europeo indietro;
5) promuovere la piena uguaglianza e i diritti delle donne;
6)unire le diversita’;
7) garantire una vita sana e sicura per tutti;
8)affermare maggiore democrazia e partecipazione , individuare strumenti di partecipazione democratica deliberativa nella costruzione delle decisioni fondamentali che riguardano in modo incisivo la vita delle persone ed il bene comune dai territori a Bruxelles;
9) proteggere la natura e le risorse naturali;
10) sostenere il modo di vivere europeo ed il ruolo dell’Europa nel mondo.
Tutto ciò dovrà avvenire per impedire che una tempesta perfetta alimentata da venti di rabbia, disillusione, sofferenza ed agitata strumentalmente da facili radicalismi populisti, travolga i nostri orizzonti, spazzando via speranze di rinascita e di futuro e mettendo pericolosamente in crisi qualcosa di fondamentale: le ragioni stesse della nostra co-esistenza, del nostro essere insieme Cittadini Italiani Europei.
Stiamo insieme nelle nostre Comunità e così in Europa, per essere più forti, per affrontare i momenti del bisogno e della fragilità senza sentirci soli, per vincere le sfide di una competizione sempre più globale; ma questa forza, questa solidarietà, questa capacità competitiva non producono spesso ancora effetti concreti e tangibili nella vita delle persone, i cui bisogni e le principali esigenze di vita sono disattesi con effetti sempre più drammatici in termini umani, sociali ed economici.
Il rischio serissimo che corriamo ha a che fare con questo possibile smarrimento di senso della nostro sentimento di Cittadinanza se l’Europa e così le nostre Istituzioni Locali continueranno a rappresentare per la maggior parte addirittura la causa principale e non certo la soluzione ai problemi di ciascuno, quale conseguenza di scelte politiche di fondo egoistiche e sbagliate e di classi dirigenti politiche ed amministrative inadeguate o corrotte.
Ed allora DOBBIAMO RIPARTIRE dalle nostre Città, dai Consigli Comunali e DA TUTTI I POSSIBILI LUOGHI DI CONFRONTO PUBBLICO, per discutere dell’ Europa che vogliamo coinvolgendo in modo aperto e permanente i Cittadini, il mondo della Scuola, le organizzazioni della Società Civile.
DOBBIAMO STIMOLARE UNA GRANDE PARTECIPAZIONE POPOLARE ED UN CONFRONTO FRANCO ED APERTO che faccia giungere alle Istituzioni Europee ed a quelle Locali la voce di chi, oggi più che mai, da cittadino italiano europeo chiede all’Europa di realizzare progetti a partire dai propri territori, dalle proprie comunità, vicini ai bisogni delle persone, fatti dalle persone, dai giovani e dalle donne, dal tessuto imprenditoriale, capaci di creare davvero lavoro e benessere immediato senza scoraggianti e complicati meccanismi burocratici.

Dunque,” O SI FA L’ EUROPA, O SI MUORE!”
Le eroine del melodramma spesso, sapete, cantano arie della follia, caratterizzate da acrobatici virtuosismi.
Questa follia nasce dall’assoluta impossibilità di risolvere un insostenibile conflitto esistenziale ed affettivo.
La lacerazione è tale che altro non si può fare che uscire di senno.
Una della arie più struggenti di follia, è quella di Elvira, da I Puritani di Vincenzo Bellini , interpretata in modo incomparabile da Maria Callas.
….Ah! Rendetemi la speme.
O lasciatemi morir…..

Si’, la Speranza che, però, senza l’ impegno di ciascuno di Noi, non può produrre risultati visibili, lasciando tutto nella vaga attesa di novità senza l’ assunzione di responsabilità di ciascuno nel determinarle concretamente.
La follia di Elvira è però temporanea.

Quando conosce dall’amato Arturo la verità sulle ragioni del suo simulato abbandono, il senno le torna.

In modo analogo, credo che un’ operazione di verità su noi stessi e sul nostro comune destino di Europei- Mediterranei , ci consentirà di superare impazzimenti e lacerazioni determinati dalla incapacità di decidere (la parola crisi deriva infatti dal greco krino, che invece significa decidere, scegliere!) e di uscire finalmente dall’attuale pericolosa paralisi, attraverso scelte coraggiose attuate mediante la piena assunzione di responsabilità di chi deve compierle attraverso un agire animato da una progettualità di ampio respiro, capace di visioni, orizzonti e ritrovate nobili altezze.

E’ senz’ altro questo il peggior limite del populismo dilagante: proporre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine. Ad esempio, sarebbe tragico e miope compiere scelte in materia di governo del fenomeno migranti, senza comprendere che c’e’ l’ Africa, il continente più giovane,nel nostro futuro! I Paesi Europei devono diventare capofila del movimento migratorio, riducendo le disuguaglianze ed aumentando l’ integrazione.

Avendo imparato molto dalla democrazia della musica, sogno una Primavera Euro-Mediterranea sempre più giocata in una dimensione corale ed orchestrale – l’armonia nella molteplicità delle voci; parti diverse ri-composte nella medesima partitura – e nella capacità della qualità dell’ascolto.
E’ il significato stesso del mito di Europa, mito greco, e del motto dell’Unione Europea, Uniti nella diversità.

A ben vedere, è il nostro Sogno, la nostra grande Sfida, quella degli Stati Uniti d’Europa, un’ Europa dei Giovani il cui Inno al vivere è quello alla Gioia, Inno Europeo.
Il senso è, appunto, impegnarci nella “elaborazione di una meravigliosa partitura comune”, in Italia, in Europa.

L’ Inno Europeo, Inno alla gioia, adattamento dell’ultimo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, su testo del poeta Friedrich von Schiller , che dovremmo in ogni occasione insieme cantare, rappresenta un Invito alla Fratellanza Universale, dunque, alla Pace, nel 2012 Premio Nobel riconosciuto all’Unione Europea.

La Musica, soprattutto, come impulso creativo, ci sprona a vivere superando la rassegnazione per esplorare quanto ancora non abbiamo realizzato, innovando.
E che cosa è l’innovazione se non, come diceva Oscar Wilde, la verifica delle utopie? Ovvero, ciò che non abbiamo realizzato e possiamo ancora realizzare.

Il Canto di Orfeo ha sfidato gli Inferi , Noi , con il nostro Canto Corale, possiamo sconfiggere ogni sentimento di morte facendo rivivere il Sogno degli Stati Uniti d’Europa, Madre-Patria “una ed unita” della Primavera dei Diritti, quei Diritti dell’ Uomo di cui dobbiamo tornare ad avere passione battendoci sia per le condizioni di vita e di lavoro degli italiani-europei che per la dignità degli immigrati, per un nuovo civismo, per una società cooperante e solidale dei beni e del bene comune, ideale sempre giovane di un luogo-sistema affettivo ed attraente in cui Inno alla Gioia è il vivere!

Scriveva il tedesco Nietzsche (ne La nascita della tragedia)

”…..Si trasformi l ’Inno alla Gioia di Beethoven – è il nostro Inno d’Europa – in un quadro……..: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco.
Dio dall’aspetto di toro, Dioniso è figlio di una mortale e di un immortale, di Semèle e di Zeus.
Anche Europa, principessa mortale, nell’incontro con il dio-Toro, Zeus, genera le radici più remote della cultura europea, generata,dunque,dall’incontro dell’umano con il divino.

Cultura che è Anima per l’Europa, nostra ragione e sostanza di essere e di esistere.

Come è stato ben affermato, lo spazio culturale del continente europeo è sempre stato più ampio di quello politico ed economico. Alla base dell’ identità europea c’ è un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali.

L’Opera, in particolare, rappresenta la straordinaria dimensione simbolica affettiva e corale dell’unità di espressione nel differente e molteplice contesto di apporti che stupiscono ed appassionano i più giovani ( il canto, la recitazione, l’esecuzione musicale, la scenografia, la danza, la regia) nonchè evocatrice della potenza comunicativa verso la contemporaneità, al tempo della globalizzazione, di un valore culturale unico, originale, europeo , che è anche prodotto e marchio di eccellenza artistica, capace di conquistare il cuore del mondo.
Ancora oggi, dunque, l’Opera, radice culturale comune europea, può costituire un efficace canale espressivo per raccontare , il Progetto Europeo quale realizzazione, attraverso la condivisione delle culture, della unione dei popoli, la contemporaneità, la modernità, i nuovi conflitti e problemi sociali, il rapporto con la globalizzazione, avvicinando, così, anche il pubblico dei più giovani.
L’Europa è nata come progetto che aveva alla sua base un sogno, un pensiero, un’ idea, un’emozione, la visione di un destino comune che oggi è soprattutto un destino costruito e scelto anche sul piano della stessa identità europea vissuta come identità plurale.
Dovrebbe essere come in una orchestra in cui i diversi strumenti (legni, fiati, timpani) dialogano suonando parti diverse tra loro. Qualche strumento entra prima, qualche altro dopo; ma tutti, proprio nella loro specificità, concorrono ad eseguire con potenza e bellezza la stessa sinfonia, la stessa musica ricca dei diversi timbri, unica, inconfondibile.
E’ la musica dei tanti Territori, a partire da quelli dell’ Europa del Mediterraneo, quali luoghi in cui effettivamente si forma il consenso sul progetto europeo e si rafforza il sentimento di cittadinanza.
Esplorare il nuovo senso sociale che la Musica oggi può avere, può contribuire ad intonarci esprimendo senso sociale naturalmente condiviso per poter rigenerare ogni contesto dato.

Occorre creare occasioni di incontro , di socializzazione e di intonazione reciproca, proprio allo scopo di costruire una cultura universale che ponga al centro i valori della Cooperazione, anche tra le diverse generazioni, di un Nuovo Umanesimo e della Pace.

A che punto è la notte, neanche la luna può dirlo.
La notte, anche la più inquietante, notte d’angoscia e di smarrimento, bisogna con coraggio attraversarla fino in fondo e, tra gli argentei bagliori lunari, provare a vedere più lontano e in profondità, lì dove è possibile leggere tracce di futuro, svelare tesori, rivelaresenso e valori, scorgere il principio dell’alba di ogni rinascita che è rinascita d’amore e fioritura del cuore.
Occorre parlare al cuore dei cittadini europei, preoccupati e tartassati; ai milioni di giovani e donne precarizzati o disoccupati.
Devono, dobbiamo comprendere il perché delle scelte in atto e per quali obbiettivi concreti ed in nome di quali orizzonti ideali esse sono compiute.

La dimensione affettiva ha a che fare con le radici profonde del nostro agire, senza di essa, che è anche dimensione simbolica, l’Europa non emoziona, non ci da l’energia che ci occorre, non motiva l’adesione e l’agire comune.
C’è bisogno di protagonismo politico, di partecipazione attiva ed emotiva nel rilancio del Progetto Europeo.
Già nel documento finale dell’ottobre 2009, il Forum Nazionale dei Giovani, riconosciuto con la legge n. 311 del 2004 dal Parlamento Italiano e membro del Forum Europeo della Gioventù, ha proposto di realizzare un “Punto d’Incontro o Sportello Europeo” in ogni Città italianaper rendere tangibile a ciascuno l’essere parte della realtà europea, sentendola vicina e conoscendone maggiormente le opportunità di crescita formativa e professionale, ad esempio, in materia di “ Erasmus universale”, nella cui progettualità ed attuazione dovrebbero essere maggiormente coinvolti proprio i principali attori sociali, istituzionali ed economici territoriali con quelli di governo regionali e nazionali.
Facciamolo sempre più qui, nel Mezzogiorno ed ora!
Per tanti giovani del Sud, l’Europa è sempre un altrove, sempre lontano, a Nord, sempre domani!
E’ un modo possibile per formare un consenso largo e diffuso al Progetto Europeo che sia non soltanto quello delle elites!
L’ Europa dei Cittadini deve ripartire dai giovani e dai territori dove essi vivono!
Concludo ricordando che il 2018 è l’ ANNO EUROPEO DEL PATRIMONIO CULTURALE e come indica la “ CONVENZIONE DI FARO” – (STCE n°199) , in vigore dal 1° Giugno 2011- che prende il nome dalla località portoghese, Faro, dove il 27 ottobre 2005 si è tenuto l’incontro di apertura alla firma degli Stati membri del Consiglio d’Europa e all’adesione dell’Unione Europea e degli Stati non membri – è di fondamentale importanza il valore dell’eredità culturale per la nostra società.
L’ Opera lirica certamente rappresenta per l’ Europa un aspetto prezioso e originale di tale patrimonio ed eredità culturale, la cui consapevolezza, legata alla partecipazione attiva e responsabile dei cittadini e delle comunità, può contribuire al rafforzamento del sentimento di cittadinanza dei popoli europei, contribuendo al benessere ed alla qualità della loro vita.
La Convenzione di Faro accorda le politiche di valorizzazione europee su uno spartito che tiene conto dei processi in atto di democratizzazione della cultura e di open government e all’art. 2 definisce “comunità di eredità” “insiemi di persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future”.
Occorre, dunque, rafforzare il sentimento di appartenenza all’Unione Europea nei cittadini europei, in particolare nei giovani, basato soprattutto sui valori e sugli elementi comuni della storia e del patrimonio culturale europeo.
In tal senso, in ogni Comunità Locale, i giovani, in particolare, potranno essere stimolati ad individuare nel proprio patrimonio culturale territoriale quei beni e valori materiali ed immateriali che, costituendo reti tematiche e di siti nazionali e trasnazionali, ben sarebbero pure candidabili all’acquisizione del nuovo “MARCHIO DEL PATRIMONIO EUROPEO”.

M° DOTT.SSA MARA MONOPOLI
VICEPRESIDENTE PD PUGLIA

Sofia Torneo Calcio

Da questa collaborazione è nato il Primo Torneo di calcio Sardegna – Bulgaria, che ha visto la partecipazione delle squadre del Cagliari Calcio giovanissimi, accompagnati dal Direttore Mario Beretta, dal Mister Stefano Bellinzaghi, dal vice Gianmarco Giandon, dalla fisioterapista Roberta Atzori e dal dirigente Stefano Sedda.
Al torneo oltre la squadra del Cagliari Calcio hanno preso parte le giovanili del Levski Sofia, Ludogorez e Septemvri, tutte Società militanti nella serie A bulgara.
La manifestazione è stata presentata in conferenza stampa, alla presenza di numerose TV nazionali, dai responsabili del Levski Sofia, dal presidente regionale AITEF Tonino Casu, da Alessandro Calia vicepresidente del Circolo Sardica, dal direttore del Cagliari calcio Mario Beretta e Stefano Sedda.
Gli intervenuti, oltre all’augurio di una buona riuscita della manifestazione,
hanno sottolineato l’importanza dello sport quale attività utile per la crescita educativa sociale e culturale dei ragazzi in particolare, esprimendo inoltre, l’auspicio di rivivere l’esperienza anche il prossimo anno.
Tutti i ragazzi erano alla prima uscita sportiva fuori dall’Italia.
Per la cronaca i ragazzi del Cagliari Calcio hanno disputato un’ottima prestazione con due vittorie e una sconfitta per due goals a uno in finale contro i padroni di casa del Levski.
In mattinata la squadra del Cagliari calcio e tutti gli staff delle squadra partecipanti sono stati ricevuti da Stefano Baldi Ambasciatore d’Italia a Sofia, che oltre al discorso di benvenuto ha augurato un corretto antagonismo sportivo degli incontri
di Tonino Casu.

Prestigioso riconoscimento, al secondo anno dalla sua istituzione del premio “Runchine“ d’argento assegnato al Circolo Sardica di Sofia in occasione della 117.a Festa del Redentore 2017, questo premio, ovviamente viene assegnato a un cittadino nuorese che, tutti gli anni rientra nella sua terra natia, e che, pur vivendo all’estero promuove la Sardegna, e proviene dalla città estera più lontana d’Europa, Sofia in Bulgaria, appunto; il premio è stato assegnato al Dottor Alessandro Calia ( vicepresidente del Circolo Sardica ), protagonista e artefice di questo “ ponte “ ideale tra la Bulgaria e la Sardegna, un grazie da tutti i sardi residenti in Bulgaria e non oltre al Direttivo dello stesso Circolo, è pervenuto al Vice Presidente attraverso socials e giornali. Per rimanere in tema di promozione Sardo-Bulgara, è iniziato il quadrangolare di calcio tra il Cagliari categoria giovanissimi, e le squadre del Levski Sofia, Septemvri e Lugodorez (società che militano nella serie A bulgara). Il primo incontro ha visto i portacolori isolani imporsi per 2 a1, contro la forte squadra del Lugodorez; davanti a un numerosissimo pubblico, e a numerose TV nazionali bulgare, il Presidente dell’AITEF Sardegna Tonino Casu, ha dato il via col calcio d’inizio dell’incontro. Va detto che l’evento ha visto , come al solito, l’Ambasciata Italiana, nella persona di S.E.Stefano Baldi, interessata anche questa volta, a tutte quelle manifestazioni che promuovono l’Italia e in questo caso la Sardegna, in mattinata la delegazione del Cagliari Calcio con tutto lo staff tecnico ( il mister Stefano Bellinzaghi, il secondo Gianmarco Giandon oltre a Stefano Sedda e Roberta Atzori fisioterapista ), e tutta la squadra al completo, è stata ricevuta dall’Ambasciatore, che dopo il discorso di benvenuto, molto gentilmente e simpaticamente si è intrattenuto con atleti e accompagnatori, informandosi sull’attività e sui risultati della squadra; nell’occasione è stato letto un messaggio di auguri del Presidente del Circolo Sardica, Generale GianFranco Vacca, grande tifoso del Cagliari che a causa di problemi di salute non ha potuto presiedere alla visita in ambasciata. La delegazione, inoltre, era composta da Alessandro Calia, Carlo Manca e Paolo Armosini, il Presidente dell’AITEF Sardegna Tonio Casu, e lo staff tecnico di tutte le squadre bulgare partecipanti al quadrangolare, al termine dell’incontro l’Ambasciatore ha offerto ai convenuti un rinfresco. Al pomeriggio nella sala stampa del Levski Sofia, si è tenuta la conferenza stampa alla presenza di oltre sette TV bulgare e numerose testate giornalistiche; Sono intervenuti i responsabili tecnici del Levski Sofia ( tutti italiani collaboratori del Mister Delio Rossi che quest’anno allena appunto il Levski Sofia, oltre al presidente, il Direttore del Cagliari Mario Beretta, e il presidente AITEF Sardegna. IL direttore del Cagliari Mario Beretta, oltre che ringraziare, secondo i convenevoli di rito, ha auspicato una collaborazione futura tra i due club, ed inoltre ha fatto gli auguri di buon lavoro al Mister Delio Rossi e a tutto il suo Staff.
di Paolo Armosini

02 set 2017
Gli U15 ricevuti dall’Ambasciatore italiano a Sofia
La squadra U15 rossoblù, impegnata a Sofia nel Torneo internazionale di calcio giovanile “Ford Moto Pfohe – AITEF”, è stata ricevuta dall’Ambasciatore italiano in Bulgaria, Stefano Baldi. L’Ambasciatore ha salutato i nostri ragazzi e i dirigenti, facendo a tutti il suo in bocca al lupo per il proseguimento del torneo. Hanno partecipato all’incontro anche i rappresentanti dell’Associazione “Sardica” di Sofia, che ha contribuito all’organizzazione dell’evento. Il Cagliari ha giocato la prima partita del suo girone nello stadio del Levski di Sofia battendo il Lugodoretz per 2-1.

Regione Puglia: legge sulla Partecipazione e dichiarazioni del Presidente Michele Emiliano

La Legge sulla Partecipazione – Regione Puglia
I CONTENUTI ESSENZIALI
• indica un metodo di governo, (peraltro già intrapreso con la costruzione del Programma), coinvolgendo in modo permanente cittadini, amministratori e attori sociali, culturali, economici, politici, scientifici, che avranno voce sulla programmazione regionale e sull’attuazione del programma di governo, nonché sulla sua verifica nell’arco della legislatura.
• promuove la cultura della responsabilità sociale, affermando un modello di democrazia che corregga la tendenza agli eccessi di delega, investendo sulla crescita delle comunità locali, sulla cittadinanza attiva nell’uso condiviso di beni pubblici, sull’inclusione e la coesione sociale.
• crea sinergia e complementarietà fra la democrazia partecipativa e quella rappresentativa,integrandole e rafforzando la funzione delle istituzioni, e delle forme della rappresentanza, nello spirito della Costituzione repubblicana, riducendo il gap fra eletti ed elettori, promuovendo la capacità associativa e di rete dei cittadini e dei Comuni.
• stabilisce come proprio obiettivo il “decision making”, ovvero il processo che porta alla decisione, in tempi certi, e con strumenti trasparenti e democratici.
• consentirà la costruzione partecipata del Piano di sviluppo regionale e delle politiche di programmazione. Gli strumenti della programmazione strategica tornano in primo piano, fra gli obiettivi di questa legislatura.

STRUMENTI DELLA LEGGE SULLA PARTECIPAZIONE PUGLIESE:
• sarà istituito il dibattito pubblico, obbligatorio in via preliminare, per le grandi opere e per interventi di rilevante impatto territoriale, ambientale, urbanistico, paesaggistico, socio-economico, anche nel caso in cui si debbano esprimere pareri relativi ad opere pubbliche nazionali.
• sarà istituito un programma annuale/biennale dei processi partecipativi a cui accedere tramite avviso pubblico. Tale programma potrà contenere, oltre ai progetti proposti dalla Regione, quelli di altri soggetti, quali enti locali, associazioni, sindacati, partiti. Tale programma sarà sottoposto al parere del Consiglio regionale durante la seduta annuale dedicata alla Partecipazione.
• sarà istituito un spazio sul web dedicato, collegato al portale istituzionale, potenziando anche gli strumenti di accesso e condivisione degli open-data ed un Ufficio della partecipazione che farà da riferimento per i cittadini, le amministrazioni, il partenariato, le imprese e stakeholders in generale.
• la legge prevederà che i percorsi partecipativi, come il dibattito pubblico, debbano svolgersi nell’arco di 6/12 mesi, e concludersi con un documento ufficiale. Eventuali decisioni difformi dagli esiti della partecipazione, da parte di organismi regionali, dovranno essere dettagliatamente motivate.
• ai fini dell’attuazione del Programma di Governo, saranno istituiti alcuni dispositivi di monitoraggio, valutazione e verifica: Town Meeting rivolti a sindaci, amministratori locali, cittadini, nella forma di incontri tematici su base territoriale a cui parteciperanno associazioni, stakeholders, esponenti della comunità scientifica, partenariato economico e sociale.
• sarà istituito un Albo regionale per la partecipazione, a cui dovranno registrarsi tutte le associazioni che vogliono proporre progetti.
• sarà istituita una sessione annuale del Consiglio regionale sulla Partecipazione.
• sarà introdotta una clausola di premialità nell’erogazione dei contributi regionali, per i soggetti ed i progetti che prevedono e praticano iniziative partecipative.
• sarà istituito il Bilancio sociale di genere, come strumento di programmazione partecipata. Il documento viene presentato nella sessione annuale di Bilancio.
• sarà previsto il Diritto di tribuna, ad un esponente delle liste che non hanno eletto propri rappresentanti in Consiglio regionale.
• saranno previsti strumenti di “sorveglianza civica”, per monitorare il funzionamento dei servizi pubblici ed individuare proposte di risparmio di risorse pubbliche.
EMILIANO: “QUESTA LEGGE DIVENTI CULTURA CONDIVISA, PER UN NUOVO PATTO TRA ISTITUZIONI E CITTADINI”
“Questa legge apre una frontiera per un nuovo patto con i cittadini, che dovranno ricominciare a fidarsi delle istituzioni, perché da oggi potranno controllare ogni nostro gesto e valutare e distinguere i politici buoni da quelli che buoni non sono. Dare forza alle persone perbene in politica è uno degli obiettivi di questa legge e io mi auguro che lo si possa cogliere pienamente. Grazie a tutti quelli che si sono adoperati per portare a termine un lavoro così importante e così ben fatto”. Con queste parole il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha presentato oggi in aula la Legge sulla Partecipazione, pietra miliare del suo programma di governo, che garantisce ai cittadini di contribuire alle decisioni che coinvolgono i territorio e le comunità locali.
“La partecipazione – spiega Emiliano – è un metodo che noi abbiamo praticato nel costruire il programma sin dall’inizio di questa storia. Cominciammo a Bari nel 2004, e l’anno successivo a quei forum, noi facemmo le primarie per individuare il candidato presidente e da allora non abbiamo mai abbandonato questo sistema, in nessuna importante elezione. È quindi un elemento che caratterizza la nostra storia, che veniva poi addirittura versato dentro un esperimento unico che non era mai stato praticato in nessun luogo d’Italia, le Sagre del programma, che ci hanno consentito di scrivere il programma dal basso.
Questa storia oggi si trasforma in una legge tra le migliori in materia. È una legge che mette tutti nelle condizioni di essere parte attiva di un processo strutturato, finanziato, regolato, che addirittura prevede la obbligatorietà del dibattito pubblico sulle grandi infrastrutture e opere da realizzare.
La democrazia così si perfeziona e non diventa affatto lenta. La democrazia è lenta quando è arrogante, quando prova a forzare la mano. Ma senza consenso dal basso si ha solo l’illusione dell’accelerazione della decisione. Nella realtà, poi, succede sempre qualcosa che consente a qualcuno di alzare la mano e di dire: “Io non sono mai stato interpellato. Io ho un ruolo e non sono d’accordo, e vi faccio la guerra fino a che non mi darete ragione”. Siccome non lo avete mai stanato prima quel soggetto, non gli avete mai consentito prima di dire qual era la sua idea, non avete procedimentalizzato il lavoro politico che serve per decidere se fare o non fare un’opera, ha gioco facile”.
“Ringrazio la maggioranza – conclude Emiliano – del sostegno che mi ha dato, perché questa non è una legge mia, questa non è una legge che è una priorità, questa è una legge che compie un cammino politico che voi avete fatto e che io oggi ho solo la ventura di rappresentare come Presidente, ma questo cammino viene prima della legge e l’abbiamo fatto noi, qualche volta con più convinzione, qualche volta con meno convinzione, ma siamo arrivati a una conclusione che finalmente rappresenta qual è l’idea della politica del centrosinistra della Regione Puglia, quell’idea che in questi giorni molti stanno guardando.
Da oggi proviamo a utilizzarla sul serio questa legge, a farla decollare in modo tale che diventi cultura condivisa”.

Il futuro dell’Europa

  • Il Libro bianco sul futuro dell’Europa
  • Dimensione sociale dell’Europa
  • Gestione della globalizzazione
  • Dimensione sociale dell’Europa
  • Futuro delle finanze dell’Ue
  • Futuro della difesa europea

Visita il sito della Commissione Europea o il sito: www.aiccrepuglia.eu

Bando per la ricerca e la selezione del progetto

“FORMAZIONE E ASSISTENZA ALLA CREAZIONE DI IMPRESA SOCIALE PER GIOVANI IMMIGRATE”

Incontro a Grenoble

15ème anniversaire jumelage Grenoble – Corato
Samedi 22 avril 2017, 18h
Eric Piolle

Monsieur le Maire de Corato,cher Massimo MAZZILLI
Monsieur le représentant de la Province de Bari Monsieur ABBATI
Mesdames et Messieurs les membres de la délégation de Corato
Monsieur le Président de l’association des Coratins de Turin
Monsieur le Président de l’association des Coratins de Grenoble Savino FERRARA
Mesdames et Messieurs les représentants des associations
Mesdames et Messieurs

Soyez les bienvenus à l’Hôtel de Ville de Grenoble !
C’est un grand plaisir de vous retrouver Monsieur le Maire, et de vous accueillir toutes et tous ici.
L’occasion est belle puisque nous célébrons aujourd’hui 15 années de partenariat entre nos deux villes jumelles, Corato et Grenoble. Ce jumelage existe officiellement depuis 2002, mais comme vous le savez nous avions déjà un protocole d’Amitiéformalisé dès 1982. Ce sont donc de longues années de liens amicaux que nous célébrons aujourd’hui !
Notre histoire commune a commencé il y a même plus d’un siècle, quand des Italiens originaires des Pouilles et de Corato sont arrivés à Grenoble. Ils ont été rejoints ensuite par d’autres exilés italiens après la Première,puis la Seconde Guerre Mondiale.
Je sais que leur arrivée n’a pas toujours été facile, marquée par le déracinement, les conditions de vie souvent précaires, le dur labeur…
Mais très vite les Italiens et leurs descendants ont trouvé leur place ici, dans notre ville qui est fière de sa longue tradition d’accueil. Aux côtés d’autres exilés originaires d’Europe et du monde entier, les Italiens ont participé à la reconstruction de la France. Ils ont aussi contribué à faire de Grenoble la ville qu’elle est aujourd’hui, une ville tournée vers l’avenir, vers l’audace, vers la transition démocratique et écologique.
Qu’ils soient ou non d’origine italienne, nombre de Grenobloises et de Grenoblois entretiennent un lien fort avec votre pays. Ils aiment la richesse de votre culture, la beauté de votre langue, la gastronomie italienne bien sûr, tout comme la chaleur des échanges humains.
Et si l’empreinte italienne est toujours aussi visible à Grenoble, c’est notamment grâce aux associations mobilisées pour faire vivre les liens qui nous unissent à l’Italie, à Corato.
Je pense en particulier à l’Association des Coratins de Grenoble. Je pense aussià la toute jeune association qui vient de naître : Corato terre de nos ancêtres, dont les membres ont pour beau projet de relier Grenoble à Corato à vélo !
C’est dans ce type d’action que le jumelage trouve son sens. Les liens entre les associations, entre les jeunes, entre les artistes et les musiciens, prouvent que nous avons beaucoup en partage, et que nous pouvons ensemble relever les défis qui nous font face. Car comme de nombreuses villes européennes, nous voulons soutenir les initiatives économiques et sociales innovantes, nous voulons créer une ville tournée vers la solidarité et la sobriété, une ville belle et agréable.
J’ai la conviction aussi qu’il y a urgence à reconstruire en profondeur la démocratie européenne. Nous devons réinventer la place des citoyens européens. Je sais que nous sommes nombreux à porter cet espoir et cette envie d’agir dans ce sens. Et à notre modeste échelle, je pense que nous pouvons y contribuer, avec ce type d’échanges, autour de valeurs communes.
Merci encore pour votre présence. Merci à chacune et chacun de vous de faire vivre ce lien qui nous est cher entre Grenoble et Corato !
Je vous remercie.

Speciale Venezuela

Solidarietà al popolo venezuelano.
Un appello alle nazioni per un intervento a favore di chi è in grande difficoltà:
interventi:

  • ministro degli Esteri Angelino Alfano;
    “Reiteriamo la nostra forte preoccupazione e condanna per la crescente violenza con la quale vengono represse le manifestazioni popolari di protesta in corso a Caracas e nel resto del Paese. La manifestazione del dissenso e’ un diritto inalienabile dei cittadini e non puo’ mai essere oggetto di intimidazione o di repressione.
    Confidiamo che il Governo venezuelano presti ascolto con senso di responsabilità alle istanze della popolazione e dei suoi rappresentanti eletti. E’ necessario un dialogo aperto ed in buona fede con l’opposizione per poter scongiurare la grave crisi che continua a colpire il popolo venezuelano e stabilire così un calendario elettorale che consenta di superare l’attuale situazione di stallo.
    Invitiamo inoltre il Governo a non alimentare la contrapposizione interna che potrebbe provocare ulteriori violenze e a garantire che il popolo sia chiamato a esprimersi esclusivamente con suffragio universale, libero, diretto e segreto”.
  • portavoce del Faim Franco Narducci;
    Illustre Ministro,
    la tensione in Venezuela non accenna a diminuire, anzi cresce di giorno in giorno come testimoniano le recentissime manifestazioni di piazza: dopo la grande dimostrazione di protesta delle donne, venerdì scorso sono scesi in piazza i nonni per protestare contro le limitazioni imposte dal Governo e le sempre più drammatiche condizioni di vita. La marcia dei nonni, come hanno riferito i mezzi d’informazione, è stata bloccata anche con il ricorso a gas irritante usato contro i manifestanti.
    Abbiamo seguito con attenzione le Sue varie prese di posizione, Signor Ministro, e la Sua ferma condanna delle violenze, come pure i Suoi continui inviti al rispetto dei diritti umani e alle iniziative a sostegno dei due milioni di nostri connazionali residenti in Venezuela. Anche l’appello di Papa Francesco, pronunciato al Regina Coeli in Piazza San Pietro, non è stata accolto dal Governo Maduro: “rivolgo un accorato appello al Governo e a tutte le componenti della società venezuelana affinché venga evitata ogni ulteriore forma di violenza, siano rispettati i diritti umani e si cerchino soluzioni negoziate alla grave crisi umanitaria, sociale, politica ed economica che sta stremando la popolazione”, aveva pregato Il Pontefice.
    Uniamo la voce del FAIM, illustre Ministro, ai tanti accorati inviti rivolti al Governo italiano e a Lei in particolare, per esprimere la preoccupazione e l’ansia profonda che stanno vivendo indistintamente tutte le nostre associazioni per la sorte dei tantissimi cittadini italiani che vivono in Venezuela. La tensione politica e la situazione di conflitto che da molto tempo scuotono quel Paese, stanno avendo ripercussioni drammatiche per l’intera comunità italiana che tanto ha dato al Venezuela.
    Lo facciamo sapendo quanto sia importante l’associazionismo per la comunità italiana in Venezuela, che grazie ai numerosi centri costruiti e operanti in quel Paese ha preservato e alimentato il legame culturale, sociale ed economico con l’Italia. Il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo (costituito a fine aprile 2016 come sancito dagli Stati Generali delle Associazioni italiane nel mondo, che il 3 e 4 luglio 2015 avevano riunito a Roma il mondo dell’associazionismo italiano all’estero), con le sue 105 associazioni e confederazioni aderenti, ha testimonianze dirette sulla drammatica situazione di pericolo che stanno vivendo i nostri connazionali.
    Indubbiamente, il Ministero degli affari esteri segue con molta attenzione l’evolversi della situazione in Venezuela e tramite le sue rappresentanze consolari e diplomatiche le vicissitudini che toccano da vicino la nostra comunità. Come FAIM La preghiamo, Signor Ministro, di moltiplicare l’impegno a sostegno della nostra comunità e in pari tempo di intraprendere ogni sforzo diplomatico, politico e negoziale diretto a promuovere un’iniziativa internazionale per la pacificazione in Venezuela e a ristabilire il rispetto dei diritti fondamentali.
    Le chiediamo d’incontrarla, Signor Ministro, per esprimerle a viva voce le nostre considerazioni e le testimonianze che ci giungono direttamente. La preghiamo di ritenerci a Sua disposizione per qualsiasi forma di supporto che potrà dare la nostra rete di associazioni in Venezuela.
    Con gli auguri di buon lavoro Le trasmettiamo anche i nostri più cordiali saluti. Con stima,
    Franco Narducci
  • giornali italiani;
    PENSIONI SOSPESE PER GLI ITALIANI RIENTRATI DAL VENEZUELA: PORTA (PD) SCRIVE AL VICE MINISTRO GIRO (aise)
    “Non è giusto rimanere insensibili al dramma dei pensionati italiani rientrati in Italia dal Venezuela dopo una vita di duro lavoro e sacrifici ai quali da più di un anno il Paese sud americano ha sospeso il pagamento delle pensioni. Continuo a ricevere segnalazioni da persone anziane disperate perché non hanno i soldi per sopravvivere e perché l’Italia si rifiuta di riconoscere il loro stato e di concedere le prestazioni assistenziali”. Così Fabio Porta, deputato Pd eletto in Sud America, che, dopo aver presentato un’interrogazione parlamentare e contattato numerose autorità, annuncia oggi di aver scritto al vice ministro Mario Giro per “sollecitare una iniziativa del Governo”.
    Al vice ministro, spiega Porta, “ho spiegato nella mia lettera l’urgenza di un intervento risolutivo. L’ho innanzitutto ringraziato per essersi dimostrato molto sensibile al problema dei pensionati italiani residenti in Venezuela contribuendo con il Suo intervento in maniera determinante al ripristino del pagamento delle loro prestazioni non contributive (trattamento minimo e maggiorazioni sociali) con l’introduzione dell’utilizzo del cambio parallelo ai fini valutari. Gli ho chiesto quindi di valutare altresì l’opportunità di aiutare i nostri connazionali rientrati in Italia dal Venezuela che non sono molti, sono meno di 1.000”.
    “Cosa si può fare? Ho premesso – continua il deputato – di essere consapevole della difficoltà di convincere le autorità competenti venezuelane a ripristinare i pagamenti delle pensioni venezuelane all’estero (in tutto il mondo si calcola che siano quasi 25.000 le pensioni sospese) e così a rispettare anche i dettami della Convenzione bilaterale di sicurezza sociale stipulata con l’Italia (che prevede l’esportabilità delle prestazioni), ma ho sottolineato di ritenere giusto e necessario valutare l’opportunità di concedere ai titolari di pensione in convenzione con il Venezuela residenti in Italia che non percepiscono più il pro-rata venezuelano, un’eventuale integrazione al minimo sul pro-rata pensionistico italiano comprensivo delle maggiorazioni sociali, o l’assegno sociale se ne ricorrono i presupposti (visto che molti di loro non hanno alcun reddito), per consentire loro di percepire un reddito minimo di sopravvivenza”.
    Porta, quindi, sottolinea che “visto l’esiguo numero degli interessati i costi di un intervento statale sarebbero assolutamente sostenibili. Un ostacolo da superare è la condotta dell’Inps che continua a prendere in considerazione ai fini della concessione e del calcolo delle prestazioni non contributive il pro-rata venezuelano che sappiamo invece essere puramente teorico e non reale (nel senso che all’Inps risulta riconosciuto dal Venezuela ancorché non pagato). L’Inps – spiega il parlamentare – è al corrente della situazione ma applica un formalismo crudele, ancorché proceduralmente corretto (infatti le autorità consolari venezuelane in Italia sembra non vogliano attestare ufficialmente la sospensione dei pagamenti delle pensioni venezuelane in Italia). Basterebbe una “delibera” del Ministero del Lavoro o dello stesso Istituto previdenziale italiano che riconosca la situazione di fatto”.
    “In alternativa – ipotizza Porta – si potrebbe applicare il sistema del cambio parallelo, come è stato fatto per i pensionati italiani residenti in Venezuela, anche per le pensioni venezuelane (non) erogate in Italia in modo che gli importi delle stesse risultino più bassi per consentire così la concessione delle integrazioni e delle maggiorazioni sul pro-rata italiano”.
    Insomma, conclude, “se ci fosse la sensibilità e la volontà politica – peraltro già dimostrata dal Governo per i pensionati italiani in Venezuela – il problema sarebbe risolvibile efficacemente e rapidamente. Ora attendo una risposta positiva del vice ministro e comunque continuerò a monitorare il problema sensibilizzando tutte le autorità competenti”.
    NEL SILENZIO DEL MONDO, MUORE IL FUTURO DEL VENEZUELA
    di Diego Antolini
    Quando ho deciso di scrivere sulla situazione in Venezuela l’ho fatto in risposta a un appello di alcune persone che conosco a Caracas e che hanno denunciato il silenzio del mondo a un dramma che giorno dopo giorno si gonfiava come un cancro maligno.
    Anche la mia consapevolezza della gravita’ della situazione e’ cresciuta nel tempo, man mano che ricevevo notizie e immagini, quelle che pochi coraggiosi hanno deciso di divulgare.
    Ultimamente, pero’, mi trovo a scrivere sulle morti dei giovani che si oppongono alla dittatura di Maduro, e qualcosa dentro di me si ribella. Non mi e’ mai piaciuto raccontare di violenza perche’ l’informazione dovrebbe essere costruttiva, produrre sapere, suscitare interesse. Non e’ nel mio stile cercare la notizia nel sangue; semmai, cercare di evitare che, quel sangue, venga versato.
    E’ con questo spirito che mi metto di nuovo davanti al computer per commentare l’ennesimo necrologio, nella speranza che questo possa contribuire a sensibilizzare i governi internazionali perche; si decidano a intervenire per fermare quello che, senza esagerazioni o allarmismi, potrebbe sfociare in genocidio.
    Miguel Castillo Bracho, 27 anni, e’ morto nella clinica de Las Mercedes lo scorso 10 maggio. Anche lui, come tanti altri giovani, era impegnato nella protesta dell’opposizione al governo ed e’ un’altra vittima della repressione della polizia militare (GNB). Secondo il sindaco di Baruta, Gerrdo Blyde, Miguel avrebbe ricevuto una ferita al costato. Il ragazzo era il figlio di una funzionaria del comune di Baruta e iscritto all’universita’ San Ignacio de Loyola.
    Quest’ultimo dato mi fa pensare: degli ultimi due giovani rimasti uccisi di cui ho avuto notizia, entrambi erano giovani con una buona educazione e, presumibilmente, con una solida famiglia alle spalle. Sono stati entrambi vittime di “incidenti” fatali. Coincidenza? Se guardiamo alla storia dei movimenti totalitari vediamo che una linea comune da Stalin a Mao e’ stata sempre quella di colpire le “menti” di un paese che si voleva sottomettere alla dittatura, mentre la grande massa operaia era un problema relativo. Distruggere la classe borghese e’ fondamentale per togliere a quel paese la capacita’ di pensare, l’indipendenza intellettuale che e’ l’elemento base di ogni principio libertario. Che vi sia una lista di persone da colpire in maniera chirurgica? Io alle coincidenze non ho mai creduto e, anche se da un punto di vista umano la morte di una persona ha lo stesso livello di gravita’, da un punto di vista sociologico e politico esistono, purtroppo, le “morti strategiche”.
    Spero di sbagliarmi, come spero che presto la comunita’ internazionale decida di agire in maniera concreta nei cofronti di Maduro, a cominciare dal governo Statunitense che e’ la potenza territorialmente piu’ vicina e che spende miliardi di dollari ogni anni per “portare la democrazia” nei paesi esteri. Vorrei dire all’Amministrazione Trump che il sudamerica e’ piu vicino di Medio ed Estremo Oriente. Non sarebbe male, oggi, rimediare alla politica golpista degli anni 70-90 che gli USA hanno imposto negli stati sudamericani per paura di un dilagare del Comunismo. La lotta del Venezuela per mantenere la propria democrazia oggi e’ anche figlia di quegli anni.

L’appello del giornalista Avallone ieri a Vicino/lontano
Il racconto: in 400 vorrebbero rientrare ma non possono
di Maura Delle Case «Il Ve­ne­zue­la è uno degli Stati che più hanno aiu­ta­to il Friu­li. Prima ac­co­glien­do gli emi­gran­ti, poi in­vian­do im­por­tan­ti ri­sor­se per la ri­co­stru­zio­ne post sisma. Per fa­vo­re, non gi­ra­te oggi la testa dal­l’al­tra parte». L’ap­pel­lo è forte e chia­ro. E a fir­mar­lo, da­van­ti alla chie­sa di San Fran­ce­sco, spe­ran­do nei ri­flet­to­ri che in que­sti gior­ni sono stati ac­ce­si su vi­ci­no/lon­ta­no, è il gior­na­li­sta ve­ne­zue­la­no Vi­cen­te Aval­lo­ne. Qua­ran­ta­set­te anni al­l’a­na­gra­fe, ri­sie­de in Friu­li – a Mar­ti­gnac­co – da do­di­ci. Tanto che ormai friu­la­no quasi ci si sente, anche se il Ve­ne­zue­la gli è ri­ma­sto nel cuore oltre che nel Dna.​Ieri si è pre­sen­ta­to sul sa­gra­to di San Fran­ce­sco con il tri­co­lo­re mi­ran­di­no bene in vista. Di­ste­so sotto il gran­de mo­no­li­te di vi­ci­no/lon­ta­no per de­nun­cia­re una si­tua­zio­ne che è sì geo­gra­fi­ca­men­te lon­ta­na, ma che deve es­se­re per­ce­pi­ta come un’ur­gen­za in­ter­na­zio­na­le, una prio­ri­tà delle agen­de po­li­ti­che. Anche friul­giu­lia­ne.«Chie­do alla pre­si­den­te della Re­gio­ne, De­bo­ra Ser­rac­chia­ni, e al sin­da­co di Udine, Furio Hon­sell, di darci una mano – ha detto ieri Aval­lo­ne -. In Ve­ne­zue­la ci sono molti cor­re­gio­na­li che sono bloc­ca­ti, che vor­reb­be­ro rien­tra­re ma non ce la fanno. Sono circa 400 i friu­la­ni che si tro­va­no in que­ste con­di­zio­ni – ha ag­giun­to -, che de­vo­no fare i conti con la man­can­za di me­di­ci­ne, di cibo. Aiu­tia­mo­li». Aval­lo­ne sug­ge­ri­sce anche come. Cita il caso di un paese del sud Ita­lia che pro­prio in que­sti gior­ni si è ado­pe­ra­to per far rien­tra­re e dare ospi­ta­li­tà a un grup­po di ita­lia­ni bloc­ca­ti in Ve­ne­zue­la. «Per­ché non pos­sia­mo fare lo stes­so con i friu­la­ni?».In piaz­za ieri c’era lui, ma il mo­vi­men­to dei gior­na­li­sti ve­ne­zue­la­ni che in giro per l’Eu­ro­pa de­nun­cia lo stato di cose nel Paese è nu­tri­to. Ce ne sono in Ita­lia, in Spa­gna, Por­to­gal­lo, Fran­cia e oltre. «Il Ve­ne­zue­la è nel caos» rac­con­ta Aval­lo­ne che con il suo paese d’o­ri­gi­ne è co­stan­te­men­te in con­tat­to, la­vo­ra in­fat­ti per un’e­mit­ten­te che tra­smet­te da un pae­si­no sulle Ande e oggi si oc­cu­pa di sport. Basta un’oc­chia­ta al sito www.​la102.​com per ve­de­re il frut­to delle sue fatiche.​In que­sti gior­ni scri­ve di Giro d’I­ta­lia. Anche ieri. «Fac­cio sport ora per evi­ta­re di scri­ve­re cose sco­mo­de che pos­so­no por­ta­re alla chiu­su­ra del­l’e­mit­ten­te». Prima la­vo­ra­va per radio Ca­ra­cas. L’ul­ti­ma in­ter­vi­sta ri­sa­le al 2008. «Alla Bien­na­le in­ter­vi­stai Cha­vez. «Ma il go­ver­no alla radio ha messo il ba­va­glio», ag­giun­ge al­zan­do così che si veda bene sciar­pa tri­co­lo­re, ben di­ste­sa da­van­ti a sé con Ve­ne­zue­la scrit­to a testa in giù. Glie­lo fanno no­ta­re quan­do si mette in posa per una foto. Non è un er­ro­re però. Re­sti­tui­sce vo­lu­ta­men­te l’i­dea di un Paese sot­to­so­pra, vit­ti­ma del caos, in cui non c’è cibo, non far­ma­ci e in ospe­da­le sai opera con la luce dei te­le­fo­ni­ni. A farne le spese sono so­prat­tut­to i più de­bo­li. An­zia­ni, bam­bi­ni. Nel 2016 sono morti 11.466 bam­bi­ni tra 0 e un anno. Il 30% in più ri­spet­to al 2015. Lo ha reso noto l’ex mi­ni­stro alla sa­lu­te, An­to­nie­ta Ca­po­ra­le, su­bi­to de­sti­tui­ta dal pre­si­den­te Ni­co­las Ma­du­ro che non ac­cet­ta cri­ti­che al suo go­ver­no. Di nes­sun tipo. Chi parla ri­schia con la vita e per que­sto Aval­lo­ne sa che in Ve­ne­zue­la non tor­ne­rà. Non ora. Ma dalla Bat­ta­glia per un Ve­ne­zue­la li­be­ro non de­si­ste. Oggi la porta avan­ti dal Friu­li. «Per­ché non è giu­sto – con­clu­de – che il Ve­ne­zue­la ago­niz­zi a causa di una dit­ta­tu­ra che nem­me­no ha la di­gni­tà di ren­der noto il nu­me­ro dei morti che ha pro­vo­ca­to fino a qui».
Gianfranco Di Giacomantonio, giornalista:
Chi in Italia appoggia la dittatura del governo venezuelano credendo di sostenere un governo rivoluzionario di sinistra, contribuisce al massacro sistematico di giovani studenti che a mani nude stanno lottando per riportare la democrazia nel loro paese e lo stanno facendo nell’indifferenza del mondo. Non vi rendete complici di un governo che non e’ politico ne ha un’ideologia, la morte di Chavez ha accelerato la crisi di quella pittoresca visione del socialismo che portava con se consegnando il paese nelle mani di criminali che hanno rubato e dilapidato le immense risorse di cui questa grande nazione disponeva. Oggi il Venezuela vive una crisi umanitaria dalle proporzioni smisurate e circa trentaquattro milioni di venezuelani di cui due milioni italo venezuelani stanno soffrendo la fame, non hanno medicine ne’ assistenza medica, vivono sequestrati in casa perché’ la delinquenza spadroneggia nelle città’ e nelle periferie, non possono esprimere le proprie opinioni, non possono votare perché il “governo” ha sospeso a tempo indefinito qualsiasi consultazione elettorale, non possono lasciare il paese. Questa non e’ la rivolta di una classe borghese che vede intaccati i propri privilegi, in piazza ci sono gli studenti, gli operai, i pensionati, gli imprenditori, tutti insieme a pretendere che vengano ripristinati i diritti costituzionali. NON LASCIAMOLI SOLI …SOS VENEZUELA. EL PUEBLO NO ES MADURO.